Due avvisi

Brevissimo aggiornamento per dire due cose (una delle quali, auspicabilmente, sarà sviluppata tra qualche giorno).

La prima è una segnalazione: questa ragazza ha avvitato un “Progetto Oriana Fallaci” che le serve personalmente, ma credo che possa venirne fuori una cosina utile e divertente per tutti coloro che amano la scrittrice. Uno dei modi per contribuire è anche quello di condividere sul proprio blog, cosa che faccio con piacere:

PROGETTO ORIANA FALLACI

La seconda è un’anticipazione: sto leggendo il libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare. Non posso dire di trovarlo illuminante, perché l’autrice dice in sostanza cose che io penso da sempre. Ma trovo illuminante la sistemazione organica di questi pensieri, passaggio fonamentale per cominciare a rifletterci organicamente su. L’ho cominciato ieri e, pur essendo in un periodo di quasi blocco della lettura, sono già arrivata oltre la metà. E’ bellissimo, e mi riservo di aggiungere che sarà stupendo dopo aver letto e valutato la parte propositiva, che è in coda al volume. Perché a me, in effetti, manca una parte propositiva articolata, e mi muovo, nelle classi, con circospezione, a tentoni. Sono letteralmente entusiasta e rapita da questo libro, che finalmente dice le cose come stanno, e mi stupisco anche che l’abbiano pubblicato, per quanto è scomodo per la nostra intellighenzia e per le critiche (giuste, giustissime) verso processi intoccabili come quello della “democratizzazione” della scuola. Lo metto tra virgolette per ora, e poi spiegherò il perché.

2 commenti

Archiviato in Senza categoria

“Fabriziate”

Intervista

Interessante e inquietante intervista alla genitrice del ragazzo che scagliò l’estintore, divenuto uno dei simboli della “manifestazione” romana del 15 ottobre scorso.

Su una cosa ha ragione: suo figlio è stato preso come capro espiatorio di un’intera vicenda, pare che sia stato l’unico o l’ispiratore, o il peggiore, o chissà che: quasi un mostro. Ma analizziamo alcune delle parole che la signora ci concede dall’alto della sua saggezza, materna e civile.

la folla ti tira in mezzo, se sei debole. Lui è un ingenuo, un generoso, uno che aiuta gli altri

La folla ti tira in mezzo? ma davvero? ma così facendo la signora qualifica come debole e cretino il suo caro figliolo. Un ingenuo, un generoso…ai miei tempi gli ingenui, i generosi, quelli che aiutano gli altri, non lanciano estintori (“per aria” come ci illumina la signora!). Ma questo è il meglio. Continuiamo:

Fabrizio è un testardo, uno che se decide di fare una cosa perché rientra nei suoi valori morali, la fa. Per un ragazzo di vent’anni come lui, questo essere “contro” vuol dire rispettare le regole, per non fare male a nessuno. Così quando vengono alla luce le porcherie fatte da questo o quel politico, a lui va il sangue alla testa, si arrabbia, pensa alle brave persone che ci vanno di mezzo.

Quali sarebbero questi valori morali? Alla signora non viene in mente che questo modo di fare non mette in luce alcun valore morale, vero? I valori sono quelli, cara signora, che hanno degli esiti pratici apprezzabili e positivi…perché a parole siamo tutti bravissimi. Per lui essere contro significa rispettare le regole, perché, come tutti noi sappiamo, lanciare estintori rientra in una famosa norma del codice civile. Cara signora, le porcherie fatte da questo e quel politico non giustificano affatto quelle che fa suo figlio, anzi, come al solito nel mio modo di pensare, direi che sono la preparazione alle porcherie politiche di domani. La classe politica è specchio della società e soprattutto di quelle persone che, come suo figlio, signora, ritengono di poter fare  quello che vogliono perché hanno una buona ragione per farlo, o perché semplicmente possono farlo.

Anche a me va il sangue alla testa per molti motivi, ma mi guardo molto bene dallo scagliare roba addosso a chicchessia. Il discorso di questa signora non ha alcuna coerenza interna e somiglia paurosamente alle solite apologie materne di figli che non meritano alcuna apologia. Molti internauti hanno commentato che è normale che questo ragazzo sia così dato che ha una madre che ne è orgogliosa. Io non sono sicura che sia così, penso che anche con la migliore educazione possibile i figli possano sbagliare. Ma penso anche che occorra avere il coraggio di ammettere che i propri figli hanno commesso errori terribili e devono pagarne le conseguenze. Se sono un bravo genitore (e, ricordiamolo, la famiglia è ancora il nucleo della società) dirò a mio figlio che ha sbagliato, e poi lo sosterrò nel momento difficile che dovrà affrontare, non starò a coprire (quando sono piccoli) o a minimizzare (quando sono grandi) i loro errori.

All’indomani della “manifestazione” qualcuno disse che una manifestazione che funziona non è quella in cui tutti sfilano tenendosi per mano e sorridendo, ma quella che dà fastidio. Riflettiamoci, perché è vera. Ecco perché io non manifesto e ritengo le manifestazioni del tutto inutili, aria fritta. Non sono disposta a distruggere per creare, solo a trasformare dal di dentro.

3 commenti

Archiviato in Senza categoria

Like/unlike Italy

Ormai da molti anni sono circondata da lamentele costanti da parte di tutti (ma proprio tutti, persino gente che si fregia del titolo di mio amico/a xD) a proposito dell’Italia. Riassumendo:

- Il nostro Paese fa più schifo di tutti gli altri. In tutto. E cioè:

- solo la nostra classe politica è corrotta, in tutto il mondo. Ah, e fanno la fame…

- negli altri Paesi non ci sono problemi, se ci sono vengono risolti all’istate; l’erba è verde, il cielo è blu, la gente è buona e di mattina tutti fanno colazione come nella casa del Mulino Bianco.

E’ una semplificazione estrema che vorrebbe riassumere (sarebbe carino raccoglierle,  ma proprio mi manca l’energia) tutte le mille e spesso fantasiose e ridicole declinazioni che l’eterna lamentela dell’italiano (e mi piacerebbe poter dire “medio”) partorisce con inesauribile energia. Ogni volta che le sento io divento insofferente e m’incazzo. E allora, qualcuno mi ha domandato, quest’Italia ti piace?

No, questa Italia non mi piace del tutto, ma credo che il mio atteggiamento sia un bel po’ diverso da quello che accomuna gli eterni finto-rabbiosi lamentosi e rompicoglioni (scusate il francesismo…).

Cosa, dunque, non mi piace dell’Italia? C’è più di una cosa che non suscita il mio apprezzamento, eppure pensandoci vanno tutte a braccetto (o quasi). Prendiamo la politica: il cittadino (o suddito) che si lamenta della sua classe politica è una cosa vecchia quanto il mondo, e ovviamente così dev’essere (ci mancherebbe). Ma in Italia molte persone aspettano dalla politica risposte che non possono, con la migliore buona volontà, attendersi. L’italiano vede la classe politica come un corpo separato dalla società, mentre a mio parere l’unica cosa che separa un parlamentare dal mio vicino di casa è, probabilmente, il conto in banca. Invece di riflettere sul fatto che la classe politica è, giocoforza, lo specchio della società da cui essa è tratta, si preferisce guardare ai politici come ad una specie di setta (anzi, la casta!)  che si autoalimenta e che, chissà come, accoglie solo delinquenti e balordi (o forse qualcuno immagina che facciano una scuola apposita!). E’ così chiaro, così evidente che abbiamo i politici che “ci meritiamo”!

E non mi piace questa concezione che “libertà” significhi fare o dire esattamente tutto quello che ci passa per la testa, compresi insulti velati o espliciti. Non mi piace che sulla rete si possa impunemente scrivere che la tal dei tali è una (…… – riempite voi con uno dei sinonimi che preferite), non mi piace che per scagliarsi contro un politico o un giornalista ci si debba svilire fino al punto di insultarli fisicamente. Per esempio “ciccione” a Giuliano Ferrara o il famoso “nano” a Berlusconi, o tutte le cose che girano su Brunetta. Ma dove siamo finiti? Siamo regrediti paurosamente. I ciccioni e i nani (quelli veri) sono persone affette da condizioni patologiche importanti, non gente da sfottere. Ma che schifo. Che schifo! A parte che ho sempre pensato che tutta la gente che usa questi epiteti in realtà non abbia altri argomenti oltre l’insulto di bassissima lega. E sarebbe questa la gente che aspira ad una politica migliore? Con quale diritto? Quello dell’esasperazione? Ma fatemi il piacere, neanche fossimo il popolo di Parigi del 1789.  A questa gente io non do credito alcuno, mi sembra che non esprimano altro che cose peggiori di quello che condannano, e sempre si torna allo stesso concetto che mi è caro, quello dell’impegno personale di ciascuno, o perlomeno di tutti costoro che si definiscono boni homines (milioni a quanto pare), ma la cui bontà si limita, del tutto evidentemente, alle parole (e agli insulti).

Non mi piace questo disprezzo verso il proprio Paese che va perfettamente a braccetto con tutto quanto detto sopra, che fa schierare le persone con i governanti degli altri Paesi quando sfottono, del tutto inopinatamente, l’Italia, ridendo in maniera nient’affatto consona alla carica che ricoprono. Gli Italiani sono pronti a condannare le incongruenze di Berlusconi, ma se Sarkozy e la Merkel fanno altrettanto, si schierano con loro non accorgendosi della loro incoerenza. A parte l’ovvia considerazione che almeno la Francia ha BEN POCO DA RIDERE in questo frangente. Io mi sento liberissima di criticare il mio Governo, ma di fronte a critiche esterne ritengo di dover far quadrato con esso, pur mantendo una posizione critica (non sono cose incompatibili, miei cari schematici amici).  Questi sarebbero i buoni governanti migliori dei nostri? Bah.

3 commenti

Archiviato in Riflessioni varie ed eventuali

La mistificazione non va in vacanza :’(

Mi viene segnalato che il mio vecchio amico R. Bui, già ospite di questo spazio l’anno scorso in seguito alla sua epifania su aNobii, ha scritto oggi un piccolo post in un thread in cui si discute (ma discussione, ahimè, non è proprio il termine più adatto per descrivere ciò che avviene in quel luogo) della sua traduzione al libro di King, quanto segue:

L’anno scorso ho “osato” dire che non mi convinceva la traduzione di “I will holler you home” (ultima frase di Lisey’s Story) con “Ti chiamerò a casa”, e da lì è partita una grottesca guerricciola, con commenti di anonimi e non su Anobii e su vari blog, insulti etc.

(per la cronaca: ho bisogno che qualcuno me lo segnali perché quel gruppo non è il vecchio gruppo di King, ma il risultato di una novella secessione sull’Aventino, e io ovviamente sono “malvenuta”, come tutte le persone con le quali non si è capaci di sostenere una conversazione-ops-discussione). Sono stata presa da un’ondata di indignazione…e se vi state domandando se per caso io abbia una grossa grossa coda di paglia, ebbene sì! è ovvo che io l’abbia, dato che tra coloro che hanno risposto  alla faccenda del “ti chiamerò a casa” c’ero anch’io. E tra coloro che hanno deplorato la mancanza di tatto e deontologia  professionale nel criticare pubblicamente il lavoro di un collega c’ero ancora anch’io. Anzi posso dire che man mano che aumenta la mia esperienza nel campo del lavoro sono sempre più convinta delle mie ragioni.

E ora costui si permette di parlare di me (obietterete: ma non ha citato il tuo nome/nickname! verissimo, e quindi ancora peggio. Se ha qualcosa da dire lo dica decentemente, altrimenti mi ritengo – a buon diritto e quasi orgogliosamente, casomai me ne fregasse qualcosa – inclusa, dato che lo ero) in questi termini! Innanzitutto io non ho insultato nessuno (i link alle discussioni sono nei post dedicati), ho semmai commentato (dalla frase di Bui sembra che i “commenti” siano illeciti) cercando un confronto; il problema è che certe persone prendono come affronti personali qualsiasi critica, perché si sentono esenti da critiche, o almeno da certe critiche (e poi il signore fu il primo a criticare, ma come si dice? ognun dal proprio cuor l’altrui misura). Questo è, quanto meno, ciò che è emerso (e uso il passato prossimo consapevolmente, per un evento ormai chiuso, dato che in tutta evidenza  gli effetti persistono ancora nel presente) da questo post. Inoltre sentirsi dare dell’anonimo (potenziale) da uno che non interagisce neanche col suo nome e che non ci mette la faccia è veramente una cosa stravagante (se state obiettando che non ce la metto neppure io, devo avvertirvi che ce l’avevo fino a un mesetto fa, quando ho ritenuto di aver stancato a sufficienza e ho preferito temporaneamente  Dickens♥). Insomma: alterazione della verità, né più né meno, stile che può andar bene per fans, compagni e accoliti, ma non per me.

Avrebbe ben potuto rispondere alla domanda solo con l’ultima parte del post, avrebbe potuto rispondere “non parlo delle precedenti traduzioni perché non mi interessano”, ma no…ha dovuto rimarcare l’evento in cui è stato trattato tanto tanto male da noi cattivi cattivi…e pensare che qualche anno più di me, che pure ne ho quasi 34, dovrebbe avercelo.

4 commenti

Archiviato in A proposito di me, Controcorrente, Libri&dintorni, Riflessioni varie ed eventuali

Ricchi dentro ma non solo

Un’amica ha condiviso un post molto interessante che potete consultare qui  e in tempi di graduatorie ad esaurimento e d’istituto, in cui chi scrive passa quasi le notti a vagliare siti di scuole e di uffici scolastici della Lombardia intera e sempre più si rende conto del calo delle iscrizioni al Liceo Classico, alcune delle considerazioni contenutevi non potevano non fare dolorosamente breccia. Vorrei preliminarmente chiarire che, dal mio punto di vista, ciò che l’autore – docente di lettere – scrive è in gran parte condivisibile, però secondo me occorre aggiustare il tiro su alcune cose.

Il collega dice alcune cose sulle quali non sono d’accordo.

Non so in che università si sia laureato, ma nella mia facoltà di lettere un trenta si nega spesso e volentieri, specialmente negli esami obbligatori: càpita di perdere due voti se incespichi in uno dei metri da portare all’esame, mentre leggi uno dei migliaia di versi assegnati. Pertanto, almeno dalle mie parti, lettere classiche ha regalato numerosi voti al di sotto del trenta, e per avere un trenta bisogna sudare. Poi non capisco molto bene cosa significhi che a lettere si studia di meno; forse (forse, non ne ho idea) a lettere moderne, ma a lettere classiche, se uno vuole andare decentemente, lo studio diventa spesso matto e disperatissimo. Non sento di aver studiato meno di molte altre facoltà santificate. Sono disposta ad accettare di aver studiato meno di uno studente di medicina, ma è anche vero che il mio compito non è salvare vite (anche se qui ci sarebbe da discutere). Inoltre lettere non è la sola facoltà a dispensare lauree “facili”,  e ripeto che chi, a lettere classiche, vuol prendere il massimo sgobba come gli altri.

Ad un certo punto, poi, indagando tra i motivi che hanno spinto l’autore ad iscriversi a lettere nonostante tutti l’avessero avvertito che stava per compiere una scelta miserabile, egli scrive: E forse ho capito una cosa. Io non sono cresciuto in un contesto competitivo. Io sono cresciuto in un contesto che faceva tutto il possibile per proteggermi dalla competizione.

Se un gentore vuole che suo figlio cresca in un ambiente competitivo e impari a sviluppare la capacià di sopportazione, la capacità di misurarsi con/contro gli altri, l’ambizione e la voglia di farcela, ebbene, non ha che da iscriverlo ad un liceo classico. Da studentessa e ora da docente non ho mai visto un ambiente più competetivo di un’aula di liceo classico; persino allo scientifico l’aria è totalmente diversa (come diverso, mi spiace dirlo, è anche il calibro della scuola, almeno nei fatti), ma al classico, ragazzi…c’è da aver paura. La società di oggi non ha che da riscoprire questo aspetto per tornare ad apprezzare il liceo. Altro che signorine di buona famiglia: c’è il rischio che le signorine si trasformino in iene e non siano più in grado di tornare uman

Iscriversi a Lettere oggigiorno è dissennato come iscriversi a molte altre facoltà che sfornano laureati destinati a rimanere in strada, soprattutto le alternative citate nel post, giurisprudenza e medicina, ma anche ingegneria e la tanto accreditata (quando mi iscrissi io all’università) informatica, ed economia e molte altre. Nessuna facoltà dà certezze, praticamente, o quasi, e allora perché mai dovrei scegliere un ramo che non mi piace per poi finire sulla strada ugualmente? Meglio finirci dopo aver fatto quello che ci piace. Inoltre a me pare che ci sia maggiore possibilità di sfornare cattivi professionisti quando la scelta è forzata. Forse sono troppo romantica? E poi, come si suol dire, non di solo pane vive l’uomo, no

Lo ammetto: in questi giorni sono veramente inviperita. La contrazione delle iscrizioni al Liceo Classico è una cosa che mi indispone, non solo perché mi toglie il lavoro ma perché io penso che sia un perdita veramente grave per la buona umanità. E’ vero che noi letterati abbiamo sempre il conforto di poterci sentire ricchi dentro, ma questa è in fondo una riduzione inaccettabile della faccenda ai minimi termini. Il Liceo (e ribadisco, soprattutto il classico) mette lo studente in grado di scegliere qualsiasi facoltà e di frequentarla col profitto: perché in un classico si impara un metodo di studio, perché in un classico se i docenti lavorano bene c’è una buona formazione anche scientifica (nella scuola dove ho insegnato quest’anno noi docenti di lettere ci trovavamo quasi in svantaggio di fronte alla forza dell’area scientifica!), perché il latino e il greco sviluppano la logica quanto la matematica, perché in un classico, signore e signori, si impara a faticare, a gettare il sangue (come si direbbe a Bari). E scusate se è poco. Forse è per questo che i genitori non iscrivono più i figli al classico, che i ragazzi lo evitano? perché poi non hanno il tempo di avere una vita sociale, perché si affaticano troppo, poveri stellini di mamme superchiocce? Il sospetto che sia così, e che la presunta validità delle materie classiche c’entri assai poco, è purtroppo forte.

Qualche tempo fa parlavo con un collega e amico di questa situazione, e lui lamentava, sulla base dei cattivi riscontri nello studio delle materie di indirizzo, che a questo punto è meglio che si iscrivano meno persone purché costoro siano persone valide. Potrei essere d’accordo da un certo punto di vista, ma sulla scorta di quel che ho scritto sopra, direi che ho, invece, cambiato idea. Non credo che lo scopo di un liceo classico debba essere obbligatoriamente quello di formare dei classicisti, quindi non ha tutta questa importanze che i ragazzi che lo frequentano siano tutti sufficienti in Greco. Se lo scopo di una scuola completa è quello di formare persone migliori, ebbene allora anche le più capre tra loro possono prendere il meglio che possono. Conosco ragazzi che pur non avendo conoscenze di base e attitudine per le lingue classiche sono diventati lettori di testi classici, o lettori e basta (come se fosse poco) e sono in grado di apprezzare le cose belle: chi se ne impipa se non ricordano l’imperativo aoristo? Se qualcuno vuol diventare un classicista lo diventerà comunque anche in una classe di ragazzi scarsi in lingua, ma intanto quante potenziali anime avremo culturalmente elevato? Quale scuola più di un liceo classico insegna a sviluppare il senso critico? Nessuna (naturalmente questo discorso appare manicheo, me ne rendo conto; l’accentuazione è voluta, sia chiaro).

E allora, genitori, non mandate i vostri figli capaci al liceo tecnologico, perché tanto non serve proprio a nulla  e se non ve ne rendete conto siete persino più scemi di certi che siedono in Parlamento (anche se è una dura lotta, lo ammetto); mandateli al liceo classico perché di un’umanità migliore abbiamo decisamente e disperatamente bisogno.

Alfabeto greco, alfabeto del sapere

2 commenti

Archiviato in Senza categoria

A volte ritornano

Ed eccomi tornata! L’anno scolastico è terminato e io  sono finalmente libera di scrivere e soprattutto di mantenere aperto questo spazio. Forse occorrerebbe una riflessione sul perché io mi sia sentita costretta a chiuderlo, ma lasciamo perdere: non ho voglia; dico solo che si potrebbe riassumere nella frase “la libertà di pensiero, se non fai parte di un gruppo influente che ti protegge, è impossibile  e persino perseguita e punita” e aggiungerei che lo è massimamente da parte di coloro che spacciano se stessi appunto come defensores libertatis. E io non ho avuto tempo né voglia di pensare a certe cose, dal momento che sono stata letteralmente ostaggio, anima e corpo, del mio lavoro.

E’ stato un anno faticosissimo, perché ho dovuto viaggiare ogni giorno per quasi 200 km; poco remunerativo, perché lo stipendio base di un insegnante è quasi da fame, e ho dovuto spenderne un terzo per gli spostamenti; difficile, perché ho fatto tante nuove cose molto “burocratiche” (come ad esempio la coordinatrice di classe), nelle quali sono una vera schiappa; e in una parola, bellissimo.

Bellissimo perché ho finalmente avuto latino e greco, e per di più al triennio, cosa che si è rivelata, come comunemente si spera, stimolante e fruttuosa; perché ho avuto la fortuna di avere colleghi preparati e simpatici (globalmente) che mi hanno dato suggerimenti molto utili; e perché ho avuto l’immensa, incommensurabile, insperata fortuna di trovare sulla mia strada tre belle classi e al loro interno personcine veramente splendide, con cui, spero, manterrò almeno in parte dei rapporti; perché ancora una volta ho potuto rendermi conto di quanto il mio lavoro sia bello e mi restituisca in termini di umanità e confronto intellettuale; perché, infine, regala un pizzico di speranza che il nostro futuro possa essere migliore, se questi ingegni, queste volontà, queste anime manterranno le loro promesse.

Purtroppo ho visto anche delle cose che non mi sono piaciute all’interno della scuola, che sono proprie ovviamente non dell’istituto ma della scuola tout court. Ho visto colleghi che criticano altri colleghi (e fin qui bene), ma all’interno della classe, screditandoli di fronte ai ragazzi (orribile moralmente e deontologicamente scorretto); ho visto colleghi fare pressioni di vario tipo, fare comunella, far prevalere simpatie e antipatie personali su considerazioni oggettive, giudicare il lavoro degli altri, fare battute poco carine e non certo da educatori all’indirizzo dei ragazzi (ma al sicuro dalle loro orecchie), aggirare il cdc e la sua “sovranità”.  Etc.

E sempre più spesso mi domando quale sia lo scopo di andare contro la politica, i politici, il Governo, i mass media, e tutta la roba del genere se poi non si è in grado di tenere un comportamento corretto nel proprio lavoro; e con questo non intendo certo essere perfetti e irreprensibili (di sicuro io non lo sono), ma per lo meno sforzarsi di fare sempre la cosa giusta ed evitare errori che a me sembrano veramente grossolani. Tranne nelle faccende di cuore e in quelle di fantasia io non ammetto l’incoerenza e non ammetto l’ipocrisia, e questo vale a maggior ragione se sono coinvolti degli educatori.

Come sono ingenua :)

2 commenti

Archiviato in Senza categoria

13 febbraio

Alcune delle mie alunne hanno partecipato alla manifestazione del 13 febbraio, e inevitabilmente si è parlato della mia partecipazione. Ovviamente io non sono scesa in piazza, e mi sembra utile fare una riflessione con me stessa – soprattutto – per spiegare i motivi di questa scelta. L’avverbio “ovviamente” è risultato di una mia tendenza personale: non mi piacciono fisicamente i cortei, mi trasmettono un senso di pericolo, fastidio e confusione. Detesto le folle  anche perché spesso mi fanno star male (non so come si chiami questo disturbo: pensando all’etimologia, potrebbe essere demofobia o oclofobia) e solo un interesse estetico veramente superiore mi permette di sopportarle (per esempio, quando entro in San Pietro la folla non mi è certo indifferente, ma la sublime bellezza di quel luogo riesce a distogliermi quel tanto da riuscire a non svenire).

Inoltre io non ho mai partecipato ad una manifestazione politica e non ho intenzione di farlo, a meno che si tratti di situazioni veramente gravi. E a chi obietta che questa non è una manifestazione politica e che la situazione è grave, posso rispondere soltanto che io la vedo in maniera diversa, e che il mio punto di vista è del tutto legittimo, anche se i fautori del nuovo illuminismo e dell’isegorìa pensano che la loro opinione sia l’unica giusta e degna di considerazione (ottimo atteggiamento).

In terzo luogo sorgono diverse considerazioni sulla questione della donna, del suo corpo e del suo sfruttamento, nonché della tendenza delle persone a scendere in piazza. Quando si parla di Islam e della questione della donna islamica, per citare un esempio in cui questo discorso ha sempre un grande peso, ho sempre sostenuto che, anche se non mi piace la questione del velo o dell’abito sformato che deve nascondere il corpo e tutto il resto, non ritengo che il “modo occidentale” sia poi tanto migliore, perché ingabbia le donne in maniera subdola (non evidente come una costrizione o macroscopica come un sudario di quelli che certe donne islamiche portano) e perciò decisamente peggiore della prescrizione diretta; impone, senza dare l’impressione di imporli ma anzi battendo il tasto della scelta, modelli rigidissimi di comportamento e di immagine (che spesso si fondono). Pertanto io sono, almeno nelle linee essenziali, d’accordo con la questione di fondo.

Ma non sono d’accordo con alcuni dei corollari che ne scaturiscono, in particolare sulle questioni che hanno portato a questa mobilitazione femminile. Le donne implicate negli affari di Arcore, se questi affari si sono realmente svolti nelle modalità e nelle quantità descritte dai media (sempre fededegni, come si sa bene, quando conviene), non sono povere sventurate sfruttate, sono persone che hanno scelto consapevolmente di vendere se stesse in cambio di qualcos’altro , e che hanno tutto il diritto di farlo. Lo sfruttamento è un’altra cosa. Chi ha mai visto piazze che si riempiono per le clandestine tenute prigioniere dai loro lenoni, battute, costrette a stare sulla strada giorno e notte sui tacchi in piedi, sotto la pioggia e la neve, defraudate dei loro guadagni, a volte soggiogate dalle droghe, minacciate nei loro affetti? Chi le ha mai viste le persone scendere in piazza per costoro? O forse ora si sosterrà che non esistono?

(come, per esempio, italiani che si indignano e scendono in piazza per le vicende giudiziarie di Berlusconi, che riguardano soldi e donne;  ma chi ha mai sentito di gente che scende in piazza a migliaia quando un assassino viene rimesso in libertà, quando un mafioso stragista viene scarcerato perché i giudici in quattro anni non hanno depositato le motivazioni delle sentenze e altre amenità? Quello che emerge da questi quadretti è che rubare è più grave che uccidere – complimenti!

O ancora: studenti che protestano contro la riforma di scuola e università, e va benissimo; ma come mai nessuno ha mai protestato contro lo stato vergognoso in cui le università di trovano da decenni? E parlo di dipartimenti occupati da concubine, mogli, figli, cognati e agnati dei docenti…invece su cosa si appunta la protesta? Mancano i soldi, sì, i soldi per consentire di mantenere i suddetti e possibilmente infilarcene altri. Chi frequenta l’università sa bene che le cose stanno così eppure nessuno è mai sceso in piazza, e questo non è schifosamente ipocrita? O che nelle prime file della protesta ci fosse ovviamente il suddetto parentame, questo non è vergognoso, vero? Ma basta andare contro il Governo e le sue donnine prezzolate e la coscienza è posto).

Poi siamo passati dal veterofemminismo “il corpo è mio e lo gestisco io, anche se lo uso per far carriera nessuno mi deve giudicare” a questa ipocrita pagliacciata (e lo dico anche se ritengo che le donne che vi partecipano siano in gran parte in buona anzi ottima fede, e infatti non giudico loro ma l’ipocrita pagliacciata). Se una donna vuol difendere la propria dignità personale può farlo (e lo fa) ogni giorno, senza bisogno di scendere in piazza, con l’impegno e la coerenza, non con gli slogan “cogito ergo protesto” (diobuono!), senza partecipare a manifestazioni strumentalizzabili come quella del 13 febbraio. Il giusto mezzo tra il veterofemminismo becero e l’ipocrita pagliacciata di oggi esiste eccome, e sta in tutte quelle donne che ogni giorno protestano con la loro resistenza quotidiana nei confronti di un mondo di uomini che, mi spiace per le femministe postmoderne, non cambierà di certo perché loro protestano.

Il tanto vituperato caso Vespa-Avallone: la Murgia commenta che l’apprezzamento di Vespa svilisce le donne. Io sostengo che Vespa poteva certamente risparmiarsi l’apprezzamento, ma che se la Avallone avesse voluto farsi ricordare solo per la sua performance letteraria non si sarebbe messa un vestito con una scollatura simile. Ora immagino le reazioni indignate dell’ipocrisia dominante, e chiarisco che non sono assolutamente la persona che pensa che se una si mette una minigonna ascellare merita di essere stuprata. Anzi, viva le minigonne ascellari e le scollature abissali, per chi può permettersele (io no, tanto per essere chiara), e viva la libertà di indossarle quando più ci aggrada. Ma se scelgo di portare una scollatura lo faccio perché il mio seno sia notato, se scelgo di portare la minigonna lo faccio perché le mie gambe siano evidenti, apprezzate, desiderate, e perché io sia oggetto di ammirazione. Punto e basta: non esistono valori intrinseci in scelte simili. Allora un conto è lo sfruttamento dell’immagine femminile, del corpo della donna, un conto è la donna che, in quanto essere pensante, decide di sfruttare il suo corpo. Ma la possibilità di scelta, nonostante tutto, noi donne, qui, in Italia e in occidente in generale, almeno l’abbiamo, ed è molto di più di quanto possano dire centinaia di milioni di donne nel pianeta. Allora esercitiamo questo potere di scelta e combattiamo quando è il caso, ma, per favore, senza questa dannata ipocrisia e queste strumentalizzazioni.

Immagino che questa sia un’opinione controcorrente, ma come cantava Alberto Sordi: io sono salmone e non m’importa niente.

12 commenti

Archiviato in A proposito di me, Controcorrente, Riflessioni varie ed eventuali