Alcune delle mie alunne hanno partecipato alla manifestazione del 13 febbraio, e inevitabilmente si è parlato della mia partecipazione. Ovviamente io non sono scesa in piazza, e mi sembra utile fare una riflessione con me stessa – soprattutto – per spiegare i motivi di questa scelta. L’avverbio “ovviamente” è risultato di una mia tendenza personale: non mi piacciono fisicamente i cortei, mi trasmettono un senso di pericolo, fastidio e confusione. Detesto le folle anche perché spesso mi fanno star male (non so come si chiami questo disturbo: pensando all’etimologia, potrebbe essere demofobia o oclofobia) e solo un interesse estetico veramente superiore mi permette di sopportarle (per esempio, quando entro in San Pietro la folla non mi è certo indifferente, ma la sublime bellezza di quel luogo riesce a distogliermi quel tanto da riuscire a non svenire).
Inoltre io non ho mai partecipato ad una manifestazione politica e non ho intenzione di farlo, a meno che si tratti di situazioni veramente gravi. E a chi obietta che questa non è una manifestazione politica e che la situazione è grave, posso rispondere soltanto che io la vedo in maniera diversa, e che il mio punto di vista è del tutto legittimo, anche se i fautori del nuovo illuminismo e dell’isegorìa pensano che la loro opinione sia l’unica giusta e degna di considerazione (ottimo atteggiamento).
In terzo luogo sorgono diverse considerazioni sulla questione della donna, del suo corpo e del suo sfruttamento, nonché della tendenza delle persone a scendere in piazza. Quando si parla di Islam e della questione della donna islamica, per citare un esempio in cui questo discorso ha sempre un grande peso, ho sempre sostenuto che, anche se non mi piace la questione del velo o dell’abito sformato che deve nascondere il corpo e tutto il resto, non ritengo che il “modo occidentale” sia poi tanto migliore, perché ingabbia le donne in maniera subdola (non evidente come una costrizione o macroscopica come un sudario di quelli che certe donne islamiche portano) e perciò decisamente peggiore della prescrizione diretta; impone, senza dare l’impressione di imporli ma anzi battendo il tasto della scelta, modelli rigidissimi di comportamento e di immagine (che spesso si fondono). Pertanto io sono, almeno nelle linee essenziali, d’accordo con la questione di fondo.
Ma non sono d’accordo con alcuni dei corollari che ne scaturiscono, in particolare sulle questioni che hanno portato a questa mobilitazione femminile. Le donne implicate negli affari di Arcore, se questi affari si sono realmente svolti nelle modalità e nelle quantità descritte dai media (sempre fededegni, come si sa bene, quando conviene), non sono povere sventurate sfruttate, sono persone che hanno scelto consapevolmente di vendere se stesse in cambio di qualcos’altro , e che hanno tutto il diritto di farlo. Lo sfruttamento è un’altra cosa. Chi ha mai visto piazze che si riempiono per le clandestine tenute prigioniere dai loro lenoni, battute, costrette a stare sulla strada giorno e notte sui tacchi in piedi, sotto la pioggia e la neve, defraudate dei loro guadagni, a volte soggiogate dalle droghe, minacciate nei loro affetti? Chi le ha mai viste le persone scendere in piazza per costoro? O forse ora si sosterrà che non esistono?
(come, per esempio, italiani che si indignano e scendono in piazza per le vicende giudiziarie di Berlusconi, che riguardano soldi e donne; ma chi ha mai sentito di gente che scende in piazza a migliaia quando un assassino viene rimesso in libertà, quando un mafioso stragista viene scarcerato perché i giudici in quattro anni non hanno depositato le motivazioni delle sentenze e altre amenità? Quello che emerge da questi quadretti è che rubare è più grave che uccidere – complimenti!
O ancora: studenti che protestano contro la riforma di scuola e università, e va benissimo; ma come mai nessuno ha mai protestato contro lo stato vergognoso in cui le università di trovano da decenni? E parlo di dipartimenti occupati da concubine, mogli, figli, cognati e agnati dei docenti…invece su cosa si appunta la protesta? Mancano i soldi, sì, i soldi per consentire di mantenere i suddetti e possibilmente infilarcene altri. Chi frequenta l’università sa bene che le cose stanno così eppure nessuno è mai sceso in piazza, e questo non è schifosamente ipocrita? O che nelle prime file della protesta ci fosse ovviamente il suddetto parentame, questo non è vergognoso, vero? Ma basta andare contro il Governo e le sue donnine prezzolate e la coscienza è posto).
Poi siamo passati dal veterofemminismo “il corpo è mio e lo gestisco io, anche se lo uso per far carriera nessuno mi deve giudicare” a questa ipocrita pagliacciata (e lo dico anche se ritengo che le donne che vi partecipano siano in gran parte in buona anzi ottima fede, e infatti non giudico loro ma l’ipocrita pagliacciata). Se una donna vuol difendere la propria dignità personale può farlo (e lo fa) ogni giorno, senza bisogno di scendere in piazza, con l’impegno e la coerenza, non con gli slogan “cogito ergo protesto” (diobuono!), senza partecipare a manifestazioni strumentalizzabili come quella del 13 febbraio. Il giusto mezzo tra il veterofemminismo becero e l’ipocrita pagliacciata di oggi esiste eccome, e sta in tutte quelle donne che ogni giorno protestano con la loro resistenza quotidiana nei confronti di un mondo di uomini che, mi spiace per le femministe postmoderne, non cambierà di certo perché loro protestano.
Il tanto vituperato caso Vespa-Avallone: la Murgia commenta che l’apprezzamento di Vespa svilisce le donne. Io sostengo che Vespa poteva certamente risparmiarsi l’apprezzamento, ma che se la Avallone avesse voluto farsi ricordare solo per la sua performance letteraria non si sarebbe messa un vestito con una scollatura simile. Ora immagino le reazioni indignate dell’ipocrisia dominante, e chiarisco che non sono assolutamente la persona che pensa che se una si mette una minigonna ascellare merita di essere stuprata. Anzi, viva le minigonne ascellari e le scollature abissali, per chi può permettersele (io no, tanto per essere chiara), e viva la libertà di indossarle quando più ci aggrada. Ma se scelgo di portare una scollatura lo faccio perché il mio seno sia notato, se scelgo di portare la minigonna lo faccio perché le mie gambe siano evidenti, apprezzate, desiderate, e perché io sia oggetto di ammirazione. Punto e basta: non esistono valori intrinseci in scelte simili. Allora un conto è lo sfruttamento dell’immagine femminile, del corpo della donna, un conto è la donna che, in quanto essere pensante, decide di sfruttare il suo corpo. Ma la possibilità di scelta, nonostante tutto, noi donne, qui, in Italia e in occidente in generale, almeno l’abbiamo, ed è molto di più di quanto possano dire centinaia di milioni di donne nel pianeta. Allora esercitiamo questo potere di scelta e combattiamo quando è il caso, ma, per favore, senza questa dannata ipocrisia e queste strumentalizzazioni.
Immagino che questa sia un’opinione controcorrente, ma come cantava Alberto Sordi: io sono salmone e non m’importa niente.