Un angolino divertente, a distanza doverosa di giorni per smaltire la bile, per postare divertenti contributi trovati in rete a proposito dell’ormai famoso morso di Suarez a Chiellini. Tra parentesi, grande delusione nel sentire come il Santo Presidente dell’Urguguay abbia negato l’episodio, filmato con tale precisione che non possono sussistere dubbi interpretativi, casomai non bastassero i segni dei denti sulla pelle del nostro.

“Tu dammi mille morsi, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non estragga il cartellino l’invidioso
per un numero di morsi così alto”

 

“S’i fosse Suarez, morderei ‘l mondo;
s’i fosse Tabarez, lo giustificherei;
s’i fosse Mujica, i’ lo negherei;
s’i fosse Chiellini, mandereil’ in spogliatoio;
s’i fosse De Rossi, allor serei furibondo,
che tutti le figurine scambierei;
s’i fosse ‘Buffon, ben lo farei;
al nero raserei la cresta a fondo.”

“Morsicare avido e accorto
Un tristo centrale dal naso storto,
rotolare nel quattro tre tre
facendo finta che il fallo è per me.
In Olanda o nella Premièr
Addentare terzini o stoppèr
Ch’ora si lagnano e ora si vendicano
Insomma, fan come se fossero fiche
Ascoltare, e trasogni, il fischiare
Lontano di colui che deve arbitrare
Mentre si formano inutili crocchi
Di atleti che son poi tutti ricchi.
E l’arbitro ancora si sbaglia
E in Italia c’è triste meraviglia
Come in Corea che prese un abbaglio
Ma intanto sul corner la muraglia
Dei loro l’ennesimo gol se lo piglia.”
S’i fosse Abete, andarei al CONI;
s’i fosse Malagò, non starei con lui;
similemente faria co’ Albertini.
S’i fosse Prandelli com’i’ sono e fui,
convocherei gli zoppi e vecchi :
quelli giovani e bravi lasserei altrui.”

Tutti apprezzano il cibo italiano

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Il senso del maestro per la scuola

Riparto con un articolo che, tra i tanti che ho letto in questi giorni, proprio non mi è andato giù.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/23/maturita-ecco-litalia-che-copia/1037035/

L’autore dell’articolo è, come si definisce egli stesso, maestro e giornalista. Non lo conosco e non so se scriva altrove, ma questo articolo si trova su Il fatto quotidiano, giornale che si vanta di non avere padroni (ma allora perché dichiararlo?).

In sostanza, e in modo neppure troppo velato, Corlazzoli sostiene che la grande fetta di maturandi che ha dichiarato di copiare è giustificata dalla difficoltà dell’esame, soprattutto dalla famigerata terza prova. Può un maestro, uno cui affidiamo i nostri figli piccoli in un’età che è tutto per la formazione della persona (così è stato per me: quel poco che sono e che so lo devo alla mia maestra, donna severa, autorevole, materna, giusta, che ci faceva sudare come Ben Hur nelle galee rispetto ad altre maestre) passare questo messaggio, che, indubitabilmente, si ripercuoterà nella maniera in cui fa scuola?

 

 

A mio parere, il messaggio è: quando qualcosa è troppo difficile o non vi piace, è giusto e lecito aggirarla con escamotage di ogni tipo. Ammesso, per amore di discussione, che la maturità sia troppo difficile, mentre la verità è che gli studenti la trovano difficile perché, nel corso degli anni, raramente sono stati educati (per es. da maestri come lui, presumibilmente) a sudare, a sbattere la testa su qualcosa finché non la si capiva e acquisiva (questa era la frase rivoltami costantemente dalla prof di Matematica, materia in cui ero altrettanto costantemente mediocre), a considerare lo studio come il proprio dovere, come il godimento di un diritto di valore inestimabile, come uno strumento per conquistare un obiettivo. E l’ultimo anno si riducono all’ultimo momento e quindi è chiaro che la terza prova si trasforma in un incubo. Per coloro che studiano (non per forza secchioni, semplicemente che studiano!) la terza prova è una prova come le altre.

Non sono gli aiutini del professore ad inficiare una prova di maturità. Io, quando aiuto gli studenti (non mi mai capitato alla maturità), elargisco aiuti differenziati a seconda di chi mi trovo davanti, a volte dando indizi o chiavi di lettura che il mio studente deve comunque usare ragionando e ricordando. In Cina e nei paesi in via di sviluppo che stanno diventando competitivi e aggressivi, la scuola è estremamente dura e seleziona altrettanto duramente, sicuramente in maniera esageratamente stressante, ma quel che conta è che l’impegno e la fatica siano ingredienti principali, mentre qui domina il principio della sanatoria per tutto e tutti.

 

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25 giugno 2014 · 16:17

Empty devils (Wu Ming 1, mi manchi)

Non avrei mai creduto di riprendere il blog per scrivere di un simile argomento, ma sono molte le cose, nella vita di ognuno, cui è difficile credere ma avvengono in barba a qualsiasi convinzione.

Il tema è, di nuovo, la traduzione dell’ultimo bel libro di Stephen King, Doctor Sleep. Di nuovo c’è stato, tempo fa, un avvicendamento alla traduzione: Wu Ming 1 ha ceduto il posto al Sig Traduttore che si è cimentato in un’altra prova prima di D.S., sulla quale non ho emesso fiato. Non ho avuto praticamente alcun contatto con lui, sebbene sapessi che era presente sull’ormai famigerato gruppo di aNobii dedicato a King, che io non frequento più da tempo, ma che occasionalmente leggo. Ormai uso aNobii solo per catalogare e scrivere qualche commento. E così ho fatto, anche stavolta, con D.S.: l’ho finito in cinque giorni e ho postato il mio commento. I miei cinque lettori possono leggerlo qui:http://www.anobii.com/books/Doctor_Sleep/9788820055684/0147f4cd6dfa44e6e6/ La mia è la prima recensione, firmata Saby, che poi è un semplice diminutivo del mio nome di battesimo. Ho accluso tre considerazioni sulla traduzione a proposito di termini che proprio non mi vanno giù: “cuccuma” per indicare il bricco del caffè, “assolutamente sì” (ammesso, ma bruttissimo), e una pioggia di “manco” in luogo di neanche e altre varianti (credo che “manco” non abbia bisogno di presentazioni “diastratiche”, per così dire, specie se inserito in una frase completamente diversa come livello). Ora, a parte il fatto che sono assolutamente convinta di aver ragione su queste considerazioni linguistiche, quand’anche non lo fossi quella è la mia pagina di aNobii e penso di essere autorizzata a scrivere quel che voglio. Il sig. Traduttore si è fiondato a rispondere (com’è suo pieno diritto; potete leggere l’amabile conversazione in coda alla recensione) e io gli ho risposto a mia volta, sempre, mi sembra, con educazione, spiegando il mio punto di vista. Secondo me, e anche qui ho ragione, il vero datore di lavoro di chiunque faccia qualcosa per il pubblico è il pubblico stesso. Ho tentato di spiegarglielo col parallelo del mio mestiere (sarebbe ridicolo se io ritenessi davvero che il mio datore di lavoro è il Ministero, invece che studenti e famiglie), perché, assai banalmente, io non solo usufruisco ma pago per farlo, e se nessuno comprasse, non ci sarebbe committenza e di conseguenza niente dindini neppure per lo staff che si occupa del libro: sbaglio? Mi sento pertanto in pieno diritto di dire la mia e di fare critiche. Apriti cielo. Il risultato, come vedete dal link, è l’accusa di essere un fake e una stalker: quest’ultima folle accusa si spiega col mio riferimento alla di lui bacheca Facebook, sulla quale una volta aveva riportato il parere di un lettore mettendolo alla berlina (cosa che dice di non aver fatto, ma ha fatto) con l’aiuto dei commentatori (tutti premi Nobel per la letteratura, immagino). Certo, è un episodio di scarsa rilevanza, ma a me aveva colpito la piccola malignità del gesto, specie da parte di uno che si è occupato della cosa e che sulle vendite e sul pubblico deve contare.

Da questo singolo episodio (singolo, come ho detto, perché sono sicura che altrimenti avrei avuto molta carne al fuoco) siamo passati all’accusa di fare gli stalker sulla sua bacheca, i cui contenuti sono pubblici e dunque privi di filtro e alla mercé di tutti. Accusare di stalking una persona che ha letto un contenuto pubblico su un social network è, credo, la cosa più assurda e anche, in un certo senso, divertente che mi sia mai capitata da quando frequento Internet. Sono parole pesanti e diffamatorie che sfiorano un reato, a mio parere (un parere ben confortato da vicende legali di cui sono a diretta conoscenza). Ah, mi sono dovuta sorbire anche il verbo “lurkare”, cosa non bisogna sopportare su questa terra….E l’accusa di essere la stessa persona di Strampamolly? Vogliamo parlarne? La sicumera ostentata nello svelarmi (secondo il sig. Traduttore il resto del mondo vive nelle tenebre dell’ignoranza) l’esistenza degli IP ha costituito un altro momento di irrefrenabile ilarità: non temo nessuna verifica del mio IP, che è solo mio, così come io sono solo io, al contrario di fulgidi esempi anche “editoriali”.

In seguito, grazie ad amici che mi hanno segnalato la cosa, ho visto che il signore continua a parlarne su Facebook e su Twitter, riproponendo l’assurdità dello stalking e dandomi della troll (questo, però, dopo aver detto detto che sono una lurker: ma i troll non sono quelli che rispondono a catena? Solo io vedo l’incoerenza?). A me risulta che sia venuto lui sulla mia pagina aNobii: io, con lui, non ho avuto nessun contatto. E neanche scomodando tutti gli angeli del paradiso potrebbe dimostrare il contrario, visto che è sotto gli occhi di tutti.

Ultima nota: tra i commentatori furbi c’è un personaggio che fa parte di un certo sito italiano dedicato al mio scrittore preferito. Costui scrive “sono le stesse persone che hanno fatto fuggire Dobner e sono state cacciate con disonore dal nostro sito” (cito a memoria). Ecco, un caso patente di manipolazione della realtà: primo, da quel sito me ne sono andata da sola; sapete, preferisco un ladro o un truffatore, un evasore fiscale, ma non ho mai sopportato la disonestà intellettuale. Me ne andai da bannata, ma perché li costrinsi a farlo. Se fossero onesti lo direbbero. Per fortuna anzi per pigrizia, ho ancora tutte le mail di quel periodo, per cui ci metterei due secondi a sbugiardare quel personaggio, qualora ne avessi voglia. Ma credo non meriti tanto affanno: anche il risentimento va riservato a chi lo merita, a chi ne è degno, e non è questo il caso.

In secondo luogo, io sono in ottimi rapporti con Dobner (non lo sento da un bel po’) e così altri: c’è qualcosa che si chiama stima e che è possibile solo coi signori.

Spero che la cosa si chiuda qui: io non nutro rancore verso nessuno, semmai mi prende una certa pena, ma non è garantito che io non perda la proverbiale pazienza sentendomi ancora insultare come stalker e troll.

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Riesumo questo blog, dopo otto mesi di silenzio dovuto alla totale mancanza di tempo per aggiornarlo, con un breve post che curiosamente riprende qualcosa dell’ultimo, datato novembre 2011. L’argomento è infatti la scuola. Credo che il post che sto per linkare sia stato ispirato dalla notizia della bocciatura di ben cinque bambini in prima elementare, che sta circolando in questi giorni.

Ecco il post, con il quale però non sono quasi per nulla d’accordo e men che meno coi commenti che seguono. Secondo me questa è una lettura viziata da pregiudizio (non mi addentro però a ipotizzare di quale natura, perché non ho gli strumenti per farlo e perché non credo sia poi così imporante).

Il caso dei bambini problematici (ma cosa significa problematico? anche mio fratello era molto problematico e di certo non aveva bisogno del sostegno; mi auguro che i bambini con deficit psicofisici abbiano ancora il sostegno) bocciati viene accostato al caso della ragazzina bocciata per le troppe assenze dovute alla morte della madre. A parte che non vedo il nesso tra le motivazioni della bocciatura di questi due esempi, beh, io penso che una bambina che ha fatto troppe assenze anche se provocate da una tragedia familiare come la perdita della mamma debba essere bocciata ugualmente. La bocciatura non è una punizione. Parlo con cognizione di causa: anch’io ho perso mio padre appena compiuti i 14 anni. E anch’io sono stata bocciata, a 16 anni, perché stavo male e non andavo a scuola, collezionando assenze e insufficienze. Sono sempre andata bene a scuola, perciò i professori mi proposero di fare uno sforzo finale, frequentare, dare le interrogazioni e salvarmi l’anno solo con un paio di debiti. Non lo dico per farmi grande, ma perché è la verità: ci pensai per 4 giorni e 4 notti e poi rifiutai il salvagente. Per me era una cosa terribile essere bocciata, ma mi chiesi come mai avrei potuto imparare qualcosa dell’anno seguente senza sapere il programma dell’anno precedente. Eppure io non sono né un’eroina né una persona dotata di intelligenza particolare o lungimiranza o chissà cosa. La bambina che ha perso la madre va bocciata per farle il grosso favore di poter recuperare quello che non sa fare. E’ un favore che le si fa, non una punizione. Perché per quanto la morte di una madre in così giovane età sia terribile, la vita continua e la bambina ha tutto il diritto che la sua vita continui nel mglior modo possibile. E  la scuola per una bambina è importantissima. Conoscete il proverbio “Medico pietoso fa piaga verminosa”? E’ proprio il caso.

Altra frase discutibile (ripresa dai commentatori) “Una scuola elitaria, siamo tornati a questo. Perchè è chiaro che andrà avanti chi è bravo certo, ma in particolar modo chi è seguito da famiglie o insegnanti per lo studio assistito.”  e la scuola sarebbe “elitaria”. Peccato che io, che a scuola ci lavoro a livello secondario, veda arrivare folle di ragazzi poco preparati, molti dei quali sono stati tante volte “salvati”, molti dei quali sarebbe stato atto d’amore e in qualche caso di pietà bocciare, per evitare che si rendessero ridicoli a livelli superiori. Sarebbe questa la scuola elitaria? sarebbe la scuola in cui tutti devono farcela (ma perché?!) e in cui ce la fanno molti di più di quelli che lo meriterebbero? un bambino qualsiasi che studi non ha bisogno dello studio assistito. Magari non andrà brillantemente (non c’è ragione per la quale tutti debbano prendere 8), ma conquisterà gli obiettivi minimi, da solo. Tra l’altro la storia per cui chi è aiutato va bene a scuola è una bufala: la maggior parte di loro resta dov’è, semplicemente perché il 90% di coloro che si fanno aiutare nei compiti e nello studio ha solo poca voglia di studiare, quindi con l’aiuto non cambia niente, visto che lo studio vicario non esiste.

Ancora: “Cosa ci sarà nel cuore di quei bambini di prima elementare bocciati? A 6 anni è anche difficile comprendere cosa mai avrai fatto perchè la mamma sia così triste, il papà arrabbiato. ” Nel cuore dei bambini bocciati non c’è nulla se non quello che ci mettono i genitori. E’ difficile che un bambino di sei anni possa attribuire da solo un valore negativo alla bocciatura, non trovate? Allora dovrebbero essere i genitori a gestire la situazione nella giusta maniera, peccato che uno dei più importanti problemi dei bambini di oggi siano i loro genitori. Sarà che, come mi viene spesso ripetuto, io non sono genitore e quindi “non posso capire”, mah…mio cugino fu bocciato in prima elementare e mia zia, sua madre, cioè, fu l’artefice di questo bel gesto: i maestri non avrebbero voluto bocciarlo per il solito buonismo imperante ormai anche presso i docenti, ma mia zia chiede se, in tutta onestà, il figlio avesse conseguito gli obiettivi minimi per la seconda, e quelli risposero di no. Così mia zia, molto saggiamente, pensò che era il caso che fosse bocciato. Perché promuovendolo i maestri lo avrebbero scaraventato in una classe dove avrebbe dovuto costruire su fondamenta inesistenti. E’ così che si accumulano le lacune che fanno venire i capelli bianchi ai prof delle superiori, e più piccoli sono più queste lacune sono profonde e radicate. E’ così difficile da capire?

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Due avvisi

Brevissimo aggiornamento per dire due cose (una delle quali, auspicabilmente, sarà sviluppata tra qualche giorno).

La prima è una segnalazione: questa ragazza ha avvitato un “Progetto Oriana Fallaci” che le serve personalmente, ma credo che possa venirne fuori una cosina utile e divertente per tutti coloro che amano la scrittrice. Uno dei modi per contribuire è anche quello di condividere sul proprio blog, cosa che faccio con piacere:

PROGETTO ORIANA FALLACI

La seconda è un’anticipazione: sto leggendo il libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare. Non posso dire di trovarlo illuminante, perché l’autrice dice in sostanza cose che io penso da sempre. Ma trovo illuminante la sistemazione organica di questi pensieri, passaggio fonamentale per cominciare a rifletterci organicamente su. L’ho cominciato ieri e, pur essendo in un periodo di quasi blocco della lettura, sono già arrivata oltre la metà. E’ bellissimo, e mi riservo di aggiungere che sarà stupendo dopo aver letto e valutato la parte propositiva, che è in coda al volume. Perché a me, in effetti, manca una parte propositiva articolata, e mi muovo, nelle classi, con circospezione, a tentoni. Sono letteralmente entusiasta e rapita da questo libro, che finalmente dice le cose come stanno, e mi stupisco anche che l’abbiano pubblicato, per quanto è scomodo per la nostra intellighenzia e per le critiche (giuste, giustissime) verso processi intoccabili come quello della “democratizzazione” della scuola. Lo metto tra virgolette per ora, e poi spiegherò il perché.

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“Fabriziate”

Intervista

Interessante e inquietante intervista alla genitrice del ragazzo che scagliò l’estintore, divenuto uno dei simboli della “manifestazione” romana del 15 ottobre scorso.

Su una cosa ha ragione: suo figlio è stato preso come capro espiatorio di un’intera vicenda, pare che sia stato l’unico o l’ispiratore, o il peggiore, o chissà che: quasi un mostro. Ma analizziamo alcune delle parole che la signora ci concede dall’alto della sua saggezza, materna e civile.

la folla ti tira in mezzo, se sei debole. Lui è un ingenuo, un generoso, uno che aiuta gli altri

La folla ti tira in mezzo? ma davvero? ma così facendo la signora qualifica come debole e cretino il suo caro figliolo. Un ingenuo, un generoso…ai miei tempi gli ingenui, i generosi, quelli che aiutano gli altri, non lanciano estintori (“per aria” come ci illumina la signora!). Ma questo è il meglio. Continuiamo:

Fabrizio è un testardo, uno che se decide di fare una cosa perché rientra nei suoi valori morali, la fa. Per un ragazzo di vent’anni come lui, questo essere “contro” vuol dire rispettare le regole, per non fare male a nessuno. Così quando vengono alla luce le porcherie fatte da questo o quel politico, a lui va il sangue alla testa, si arrabbia, pensa alle brave persone che ci vanno di mezzo.

Quali sarebbero questi valori morali? Alla signora non viene in mente che questo modo di fare non mette in luce alcun valore morale, vero? I valori sono quelli, cara signora, che hanno degli esiti pratici apprezzabili e positivi…perché a parole siamo tutti bravissimi. Per lui essere contro significa rispettare le regole, perché, come tutti noi sappiamo, lanciare estintori rientra in una famosa norma del codice civile. Cara signora, le porcherie fatte da questo e quel politico non giustificano affatto quelle che fa suo figlio, anzi, come al solito nel mio modo di pensare, direi che sono la preparazione alle porcherie politiche di domani. La classe politica è specchio della società e soprattutto di quelle persone che, come suo figlio, signora, ritengono di poter fare  quello che vogliono perché hanno una buona ragione per farlo, o perché semplicmente possono farlo.

Anche a me va il sangue alla testa per molti motivi, ma mi guardo molto bene dallo scagliare roba addosso a chicchessia. Il discorso di questa signora non ha alcuna coerenza interna e somiglia paurosamente alle solite apologie materne di figli che non meritano alcuna apologia. Molti internauti hanno commentato che è normale che questo ragazzo sia così dato che ha una madre che ne è orgogliosa. Io non sono sicura che sia così, penso che anche con la migliore educazione possibile i figli possano sbagliare. Ma penso anche che occorra avere il coraggio di ammettere che i propri figli hanno commesso errori terribili e devono pagarne le conseguenze. Se sono un bravo genitore (e, ricordiamolo, la famiglia è ancora il nucleo della società) dirò a mio figlio che ha sbagliato, e poi lo sosterrò nel momento difficile che dovrà affrontare, non starò a coprire (quando sono piccoli) o a minimizzare (quando sono grandi) i loro errori.

All’indomani della “manifestazione” qualcuno disse che una manifestazione che funziona non è quella in cui tutti sfilano tenendosi per mano e sorridendo, ma quella che dà fastidio. Riflettiamoci, perché è vera. Ecco perché io non manifesto e ritengo le manifestazioni del tutto inutili, aria fritta. Non sono disposta a distruggere per creare, solo a trasformare dal di dentro.

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Like/unlike Italy

Ormai da molti anni sono circondata da lamentele costanti da parte di tutti (ma proprio tutti, persino gente che si fregia del titolo di mio amico/a xD) a proposito dell’Italia. Riassumendo:

– Il nostro Paese fa più schifo di tutti gli altri. In tutto. E cioè:

– solo la nostra classe politica è corrotta, in tutto il mondo. Ah, e fanno la fame…

– negli altri Paesi non ci sono problemi, se ci sono vengono risolti all’istate; l’erba è verde, il cielo è blu, la gente è buona e di mattina tutti fanno colazione come nella casa del Mulino Bianco.

E’ una semplificazione estrema che vorrebbe riassumere (sarebbe carino raccoglierle,  ma proprio mi manca l’energia) tutte le mille e spesso fantasiose e ridicole declinazioni che l’eterna lamentela dell’italiano (e mi piacerebbe poter dire “medio”) partorisce con inesauribile energia. Ogni volta che le sento io divento insofferente e m’incazzo. E allora, qualcuno mi ha domandato, quest’Italia ti piace?

No, questa Italia non mi piace del tutto, ma credo che il mio atteggiamento sia un bel po’ diverso da quello che accomuna gli eterni finto-rabbiosi lamentosi e rompicoglioni (scusate il francesismo…).

Cosa, dunque, non mi piace dell’Italia? C’è più di una cosa che non suscita il mio apprezzamento, eppure pensandoci vanno tutte a braccetto (o quasi). Prendiamo la politica: il cittadino (o suddito) che si lamenta della sua classe politica è una cosa vecchia quanto il mondo, e ovviamente così dev’essere (ci mancherebbe). Ma in Italia molte persone aspettano dalla politica risposte che non possono, con la migliore buona volontà, attendersi. L’italiano vede la classe politica come un corpo separato dalla società, mentre a mio parere l’unica cosa che separa un parlamentare dal mio vicino di casa è, probabilmente, il conto in banca. Invece di riflettere sul fatto che la classe politica è, giocoforza, lo specchio della società da cui essa è tratta, si preferisce guardare ai politici come ad una specie di setta (anzi, la casta!)  che si autoalimenta e che, chissà come, accoglie solo delinquenti e balordi (o forse qualcuno immagina che facciano una scuola apposita!). E’ così chiaro, così evidente che abbiamo i politici che “ci meritiamo”!

E non mi piace questa concezione che “libertà” significhi fare o dire esattamente tutto quello che ci passa per la testa, compresi insulti velati o espliciti. Non mi piace che sulla rete si possa impunemente scrivere che la tal dei tali è una (…… – riempite voi con uno dei sinonimi che preferite), non mi piace che per scagliarsi contro un politico o un giornalista ci si debba svilire fino al punto di insultarli fisicamente. Per esempio “ciccione” a Giuliano Ferrara o il famoso “nano” a Berlusconi, o tutte le cose che girano su Brunetta. Ma dove siamo finiti? Siamo regrediti paurosamente. I ciccioni e i nani (quelli veri) sono persone affette da condizioni patologiche importanti, non gente da sfottere. Ma che schifo. Che schifo! A parte che ho sempre pensato che tutta la gente che usa questi epiteti in realtà non abbia altri argomenti oltre l’insulto di bassissima lega. E sarebbe questa la gente che aspira ad una politica migliore? Con quale diritto? Quello dell’esasperazione? Ma fatemi il piacere, neanche fossimo il popolo di Parigi del 1789.  A questa gente io non do credito alcuno, mi sembra che non esprimano altro che cose peggiori di quello che condannano, e sempre si torna allo stesso concetto che mi è caro, quello dell’impegno personale di ciascuno, o perlomeno di tutti costoro che si definiscono boni homines (milioni a quanto pare), ma la cui bontà si limita, del tutto evidentemente, alle parole (e agli insulti).

Non mi piace questo disprezzo verso il proprio Paese che va perfettamente a braccetto con tutto quanto detto sopra, che fa schierare le persone con i governanti degli altri Paesi quando sfottono, del tutto inopinatamente, l’Italia, ridendo in maniera nient’affatto consona alla carica che ricoprono. Gli Italiani sono pronti a condannare le incongruenze di Berlusconi, ma se Sarkozy e la Merkel fanno altrettanto, si schierano con loro non accorgendosi della loro incoerenza. A parte l’ovvia considerazione che almeno la Francia ha BEN POCO DA RIDERE in questo frangente. Io mi sento liberissima di criticare il mio Governo, ma di fronte a critiche esterne ritengo di dover far quadrato con esso, pur mantendo una posizione critica (non sono cose incompatibili, miei cari schematici amici).  Questi sarebbero i buoni governanti migliori dei nostri? Bah.

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