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La mistificazione non va in vacanza :'(

Mi viene segnalato che il mio vecchio amico R. Bui, già ospite di questo spazio l’anno scorso in seguito alla sua epifania su aNobii, ha scritto oggi un piccolo post in un thread in cui si discute (ma discussione, ahimè, non è proprio il termine più adatto per descrivere ciò che avviene in quel luogo) della sua traduzione al libro di King, quanto segue:

L’anno scorso ho “osato” dire che non mi convinceva la traduzione di “I will holler you home” (ultima frase di Lisey’s Story) con “Ti chiamerò a casa”, e da lì è partita una grottesca guerricciola, con commenti di anonimi e non su Anobii e su vari blog, insulti etc.

(per la cronaca: ho bisogno che qualcuno me lo segnali perché quel gruppo non è il vecchio gruppo di King, ma il risultato di una novella secessione sull’Aventino, e io ovviamente sono “malvenuta”, come tutte le persone con le quali non si è capaci di sostenere una conversazione-ops-discussione). Sono stata presa da un’ondata di indignazione…e se vi state domandando se per caso io abbia una grossa grossa coda di paglia, ebbene sì! è ovvo che io l’abbia, dato che tra coloro che hanno risposto  alla faccenda del “ti chiamerò a casa” c’ero anch’io. E tra coloro che hanno deplorato la mancanza di tatto e deontologia  professionale nel criticare pubblicamente il lavoro di un collega c’ero ancora anch’io. Anzi posso dire che man mano che aumenta la mia esperienza nel campo del lavoro sono sempre più convinta delle mie ragioni.

E ora costui si permette di parlare di me (obietterete: ma non ha citato il tuo nome/nickname! verissimo, e quindi ancora peggio. Se ha qualcosa da dire lo dica decentemente, altrimenti mi ritengo – a buon diritto e quasi orgogliosamente, casomai me ne fregasse qualcosa – inclusa, dato che lo ero) in questi termini! Innanzitutto io non ho insultato nessuno (i link alle discussioni sono nei post dedicati), ho semmai commentato (dalla frase di Bui sembra che i “commenti” siano illeciti) cercando un confronto; il problema è che certe persone prendono come affronti personali qualsiasi critica, perché si sentono esenti da critiche, o almeno da certe critiche (e poi il signore fu il primo a criticare, ma come si dice? ognun dal proprio cuor l’altrui misura). Questo è, quanto meno, ciò che è emerso (e uso il passato prossimo consapevolmente, per un evento ormai chiuso, dato che in tutta evidenza  gli effetti persistono ancora nel presente) da questo post. Inoltre sentirsi dare dell’anonimo (potenziale) da uno che non interagisce neanche col suo nome e che non ci mette la faccia è veramente una cosa stravagante (se state obiettando che non ce la metto neppure io, devo avvertirvi che ce l’avevo fino a un mesetto fa, quando ho ritenuto di aver stancato a sufficienza e ho preferito temporaneamente  Dickens♥). Insomma: alterazione della verità, né più né meno, stile che può andar bene per fans, compagni e accoliti, ma non per me.

Avrebbe ben potuto rispondere alla domanda solo con l’ultima parte del post, avrebbe potuto rispondere “non parlo delle precedenti traduzioni perché non mi interessano”, ma no…ha dovuto rimarcare l’evento in cui è stato trattato tanto tanto male da noi cattivi cattivi…e pensare che qualche anno più di me, che pure ne ho quasi 34, dovrebbe avercelo.

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13 febbraio

Alcune delle mie alunne hanno partecipato alla manifestazione del 13 febbraio, e inevitabilmente si è parlato della mia partecipazione. Ovviamente io non sono scesa in piazza, e mi sembra utile fare una riflessione con me stessa – soprattutto – per spiegare i motivi di questa scelta. L’avverbio “ovviamente” è risultato di una mia tendenza personale: non mi piacciono fisicamente i cortei, mi trasmettono un senso di pericolo, fastidio e confusione. Detesto le folle  anche perché spesso mi fanno star male (non so come si chiami questo disturbo: pensando all’etimologia, potrebbe essere demofobia o oclofobia) e solo un interesse estetico veramente superiore mi permette di sopportarle (per esempio, quando entro in San Pietro la folla non mi è certo indifferente, ma la sublime bellezza di quel luogo riesce a distogliermi quel tanto da riuscire a non svenire).

Inoltre io non ho mai partecipato ad una manifestazione politica e non ho intenzione di farlo, a meno che si tratti di situazioni veramente gravi. E a chi obietta che questa non è una manifestazione politica e che la situazione è grave, posso rispondere soltanto che io la vedo in maniera diversa, e che il mio punto di vista è del tutto legittimo, anche se i fautori del nuovo illuminismo e dell’isegorìa pensano che la loro opinione sia l’unica giusta e degna di considerazione (ottimo atteggiamento).

In terzo luogo sorgono diverse considerazioni sulla questione della donna, del suo corpo e del suo sfruttamento, nonché della tendenza delle persone a scendere in piazza. Quando si parla di Islam e della questione della donna islamica, per citare un esempio in cui questo discorso ha sempre un grande peso, ho sempre sostenuto che, anche se non mi piace la questione del velo o dell’abito sformato che deve nascondere il corpo e tutto il resto, non ritengo che il “modo occidentale” sia poi tanto migliore, perché ingabbia le donne in maniera subdola (non evidente come una costrizione o macroscopica come un sudario di quelli che certe donne islamiche portano) e perciò decisamente peggiore della prescrizione diretta; impone, senza dare l’impressione di imporli ma anzi battendo il tasto della scelta, modelli rigidissimi di comportamento e di immagine (che spesso si fondono). Pertanto io sono, almeno nelle linee essenziali, d’accordo con la questione di fondo.

Ma non sono d’accordo con alcuni dei corollari che ne scaturiscono, in particolare sulle questioni che hanno portato a questa mobilitazione femminile. Le donne implicate negli affari di Arcore, se questi affari si sono realmente svolti nelle modalità e nelle quantità descritte dai media (sempre fededegni, come si sa bene, quando conviene), non sono povere sventurate sfruttate, sono persone che hanno scelto consapevolmente di vendere se stesse in cambio di qualcos’altro , e che hanno tutto il diritto di farlo. Lo sfruttamento è un’altra cosa. Chi ha mai visto piazze che si riempiono per le clandestine tenute prigioniere dai loro lenoni, battute, costrette a stare sulla strada giorno e notte sui tacchi in piedi, sotto la pioggia e la neve, defraudate dei loro guadagni, a volte soggiogate dalle droghe, minacciate nei loro affetti? Chi le ha mai viste le persone scendere in piazza per costoro? O forse ora si sosterrà che non esistono?

(come, per esempio, italiani che si indignano e scendono in piazza per le vicende giudiziarie di Berlusconi, che riguardano soldi e donne;  ma chi ha mai sentito di gente che scende in piazza a migliaia quando un assassino viene rimesso in libertà, quando un mafioso stragista viene scarcerato perché i giudici in quattro anni non hanno depositato le motivazioni delle sentenze e altre amenità? Quello che emerge da questi quadretti è che rubare è più grave che uccidere – complimenti!

O ancora: studenti che protestano contro la riforma di scuola e università, e va benissimo; ma come mai nessuno ha mai protestato contro lo stato vergognoso in cui le università di trovano da decenni? E parlo di dipartimenti occupati da concubine, mogli, figli, cognati e agnati dei docenti…invece su cosa si appunta la protesta? Mancano i soldi, sì, i soldi per consentire di mantenere i suddetti e possibilmente infilarcene altri. Chi frequenta l’università sa bene che le cose stanno così eppure nessuno è mai sceso in piazza, e questo non è schifosamente ipocrita? O che nelle prime file della protesta ci fosse ovviamente il suddetto parentame, questo non è vergognoso, vero? Ma basta andare contro il Governo e le sue donnine prezzolate e la coscienza è posto).

Poi siamo passati dal veterofemminismo “il corpo è mio e lo gestisco io, anche se lo uso per far carriera nessuno mi deve giudicare” a questa ipocrita pagliacciata (e lo dico anche se ritengo che le donne che vi partecipano siano in gran parte in buona anzi ottima fede, e infatti non giudico loro ma l’ipocrita pagliacciata). Se una donna vuol difendere la propria dignità personale può farlo (e lo fa) ogni giorno, senza bisogno di scendere in piazza, con l’impegno e la coerenza, non con gli slogan “cogito ergo protesto” (diobuono!), senza partecipare a manifestazioni strumentalizzabili come quella del 13 febbraio. Il giusto mezzo tra il veterofemminismo becero e l’ipocrita pagliacciata di oggi esiste eccome, e sta in tutte quelle donne che ogni giorno protestano con la loro resistenza quotidiana nei confronti di un mondo di uomini che, mi spiace per le femministe postmoderne, non cambierà di certo perché loro protestano.

Il tanto vituperato caso Vespa-Avallone: la Murgia commenta che l’apprezzamento di Vespa svilisce le donne. Io sostengo che Vespa poteva certamente risparmiarsi l’apprezzamento, ma che se la Avallone avesse voluto farsi ricordare solo per la sua performance letteraria non si sarebbe messa un vestito con una scollatura simile. Ora immagino le reazioni indignate dell’ipocrisia dominante, e chiarisco che non sono assolutamente la persona che pensa che se una si mette una minigonna ascellare merita di essere stuprata. Anzi, viva le minigonne ascellari e le scollature abissali, per chi può permettersele (io no, tanto per essere chiara), e viva la libertà di indossarle quando più ci aggrada. Ma se scelgo di portare una scollatura lo faccio perché il mio seno sia notato, se scelgo di portare la minigonna lo faccio perché le mie gambe siano evidenti, apprezzate, desiderate, e perché io sia oggetto di ammirazione. Punto e basta: non esistono valori intrinseci in scelte simili. Allora un conto è lo sfruttamento dell’immagine femminile, del corpo della donna, un conto è la donna che, in quanto essere pensante, decide di sfruttare il suo corpo. Ma la possibilità di scelta, nonostante tutto, noi donne, qui, in Italia e in occidente in generale, almeno l’abbiamo, ed è molto di più di quanto possano dire centinaia di milioni di donne nel pianeta. Allora esercitiamo questo potere di scelta e combattiamo quando è il caso, ma, per favore, senza questa dannata ipocrisia e queste strumentalizzazioni.

Immagino che questa sia un’opinione controcorrente, ma come cantava Alberto Sordi: io sono salmone e non m’importa niente.

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Contro le proscrizioni dei libri!

Una serie di link che descrivono la situazione:

Quaderno di un bibliotecario

Wu Ming Foundation/Giap

Carmillaonline

Lipperatura

Sono tutti siti/blog che hanno un grande seguito, per cui il mio contributo non potrà che essere modesto, e tuttavia, come mi ha scritto proprio ieri Piotta, bisogna far le cose anche solo per salvaguardare la propria coscienza.

Sono senza parole: proibire alle biblioteche pubbliche di esporre dei libri? E’ una cosa inconcepibile. Sono stata educata ad accettare che gli altri esprimano la loro opinione in piena libertà, anche quando dicono cose sulle quali non sono d’accordo, anche quando – mi si perdoni il termine – ritengo che sparino soltanto stronzate senza capo né coda. Non sempre questo modo di fare viene applicato a me, ma questa mi sembra un’ottima ragione perché io stesso lo applichi, invece, sempre.

E, allo stesso modo, proprio il fatto che io abbia contestato qualcosa di scritto da Wu Ming su Giap (vedi post) o il fatto che non abbia gradito certi atteggiamenti di Bui sul topic del gruppo di King, e ancor meno gradisca la teoria di allusioni poco gentili e a volte veri e propri insulti che ho subìto dai suoi sostenitori per il solo fatto di aver detto quello che pensavo (non è permesso); proprio per il fatto che io credo che l’appello pro Battisti, che ha dato origine alla scemenza, sia una scemenza a sua volta; proprio perché io, insomma, con alcuni di costoro sono in disaccordo pressoché perenne, a maggior ragione sono assolutamente contraria a una rimozione dei loro libri dagli scaffali. Le biblioteche sono pubbliche, e il pubblico può e deve contemplare le voci di tutti. Se Mondadori ed Einaudi ci tenessero a farle tacere, sarebbero liberissimi di non pubblicarle, giacché sono aziende private, ma un’istituzione pubblica ha il dovere di rendere accessibile tutto a tutti.

A Speranzon direi, se potessi, che se ho bisogno di contestare le affermazioni di qualcuno perché ritengo di essere nel giusto, non ho certo bisogno di nasconderle, anzi, le cito e poi eventualmente le smonto con argomentazioni che ritengo valide; proibirle è un segno di paura e di consapevolezza di non poterle controbattere se non eliminandole. Inoltre Speranzon non è abbastanza furbo, evidentemente, da sapere – anche se è una considerazione di livello veramente elementare – che questa proibizione non fa altro che rivestire di una patina di suadente martirio e santità i libri che egli vorrebbe eliminare, pertanto è anche una mossa politicamente stupida.

Questa “indicazione” di Speranzon (poco importa da chi sia nata e chi l’abbia veicolata) offende non solo la libertà (la libertà, prima che un diritto, è un dovere, scriveva l’ottima Fallaci), ma anche il buon senso e l’intelligenza dei cittadini.

 

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Bilancio letture 2010

Non si smette mai di leggere

Primo giorno dell’anno (auguri a tutti!), tempo di bilanci di lettura. Ho letto considerevolmente di più nell’appena concluso 2010, non solo in numero di libri (68 contro i 42 dello scorso anno, ma con una media pagine più bassa) ma anche di pagine (oltre 21500, cioè quasi 5000 in più del 2009; e questo considerando che dalla metà di novembre praticamente non ho più letto, se non il nuovo di King e il mio primo Dick. Solo nell’ultima settimana di Dicembre mi sono un po’ data alla lettura finendo i libri in sospeso di novembre.

Che dire?avrà giocato il tempo relativamente abbondante a disposizione (io non sono una persona che legge ovunque, magari una manciata di righe o due-tre pagine alla volta; invidio molto chi ci riesce, ma non fa per me), la frequentazione del forum, le sfide (per esempio quella dell’alfabeto, che comunque non sarei propensa a riprendere). Insomma, un gran bell’anno, anche se, rivedendo il mio diario, devo dire che ho letto un gran numero di libri belli nel complesso ma pochi veramente folgoranti. La scoperta più importante del 2010 è stata quella di Henry James, credo, di cui ho un altro libro pronto da sfogliare.  A Natale poi ho ricevuto il desideratissimo Drood, che aveva recensito un’utente del forum Libridine e che mi aveva particolarmente incuriosito in quanto uno dei due protagonisti è Dickens, al quale devo una delle letture più brillanti e divertenti del 2010, Il circolo Pickwick. Uno dei libri più belli, non solo dell’anno trascorso, ma di tutta la mia vita di lettrice è stato sicuramente il già citato Storie infinite, regalo di Maria Pia (ma poteva essere altrimenti?). Non posso che consigliarlo a tutti coloro che sono capaci di comprenderlo.

Propositi per il 2011? Innanzitutto trovare il tempo per leggere! La mia nuova supplenza è molto impegnativa e tra il lavoro e la casa e la necessaria attenzione alla famiglia di tempo me ne resta ben poco e di solito lo passo al pc, proprio perché, come dicevo, non riesco a leggere  a spizzichi e a mozzichi.

Altro proposito è quello di cercare di smaltire un po’ di lista d’attesa che ho accumulato senza neanche rendermene ben conto! A parte i classici che ho in lista (per esempio ho preso un libro della Woolf per “provarla”) penso che quest’anno sarà all’insegna della fantascienza, sperando di trovare abbastanza letture di un livello che giudico degno. Mi ha molto colpito il libro di Dick, e voglio leggere altro di lui. Poi penso che sarà la volta di Asimov, almeno per provarlo, anche se ho qualche perplessità. E poi chiederò consiglio a chi ne capisce e ne sa più di me (anche se una persona che ne capisca più di me e che abbia più o meno i miei stessi gusti stilistici ammetto di non conoscerla ancora…). Ultimo proposito è quello di dedicarmi a sentieri poco battuti, grazie ai consigli di Ian Delacroix, e di leggere qualcosa in inglese.

Naturalmente tutto ciò a patto che Mario mi lasci libera dalle sue pressanti attenzioni ♥

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Un pensiero libridinoso e il Natale

E’ stato un Natale strano e monco quello che ho passato lontano dal mio forum bibliofilo preferito, Libridine. Sono stata costretta a lasciarlo (su mia decisione, sia chiaro) per motivi personali di cui non vale la pena neppure far menzione, data la loro miserabile natura. Ma vale senz’altro la pena di sottolineare quanto mi manchi il forum nel suo complesso e soprattutto alcune delle persone che lo animano (anzi, che ne sono l’anima). E tra poco comincia il nuovo anno e non potrò dar corso al mio diario 2011 (nonostante la sua prevedibile esiguità). Ma va benissimo così, e nondimeno un piccolo pensiero “pubblico” era doveroso.

Intanto il Natale è trascorso e non c’è nulla di meglio di un Natale passato con un caro amico e che giunge al termine di un periodo di duro lavoro che si è concluso con un incidente d’auto ^____^ E’ stato un bel Natale, tra il mio splendido marito, Samuel, la Wii e l’ottimo cibo. Ora mi restano 4 pacchi di compiti di letteratura greca e latina da correggere ^^””’.

Sono contenta delle mie classi, anche se sostituire una collega molto brava e molto amata è veramente difficile (e io sono la prima a capirlo: quando il mio professore di greco andò in malattia per mesi io vissi momenti di sofferenza impossibili da dimenticare). Cercherò di fare del mio meglio, comunque, sperando che sia abbastanza.

p.s. Samuel, se leggi: reiscriviti a FB e grazie per DROOD! 🙂

p.p.s. Sto rimuginando su una possibile classifica di libri del 2010.

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Stephen King – Full dark, no stars

Full dark, no stars

 

Mi sono accostata a questo libro con la solita trepida speranza di trovarci il King che mi piace e non sono rimasta delusa. Sono banale se dico che sono quattro racconti bellissimi? E va bene, adoro essere banale: sono bellissimi. Sono particolarmente King, anche se io ci ho visto una sorta di “crepuscolarità”, un’aura oscura ma brillante (o, se preferite, brillante ma oscura), una sottile patina di di-sperazione (anche se King nella postfazione lo nega); insomma buio pesto, senza neppure il conforto di una misera stellina di magnitudo apparente  +30. Ma più che scrivere analiticamente dei racconti vorrei fare una riflessione sul perché mi piace King, e mi soccorre in questo un libello che ho avuto la fortuna di leggere in questi giorni travagliati, Storie Infinite, raccolta di piccoli saggi e riflessioni di Michael Ende sulla letteratura fantastica.

Ende parte da un’idea che io ho sempre nebulosamente condiviso fin da quando ho cominciato a sviluppare una certa capacità critica, e che è andata via via  assumendo contorni sempre più netti: l’artista o lo scrittore non devono predicare a favore di una visione del mondo (…) l’unica cosa che mi indigna (…) è quando sento che l’autore prova a darmi qualche insegnamento. Ecco, è una cosa che indigna anche me. Per questo motivo, oltre che per motivi stilistici, rifuggo la maggior parte degli autori contemporanei che si propongono come magistri vitae. L’Italia non solo non fa eccezione, ma anzi è dolorosamente in prima linea nel perpetrare questa violenza alla letteratura; gli scrittori si propongono a priori come latori di un messaggio politico-sociale (nelle loro opere o nei loro interventi di altro tipo), magari avanzando anche la provenienza da un presunto lato buono del Belpaese (e questa frecciata non è diretta solo a chi lo dice esplicitamente: tutti i letterati o pseudo tali d’Italia sono politicizzati o peggio e ritengono di far parte di una specie di foedus sanctitatis – ma quanta presunzione! La sanctitas sta negli oscuri, prima di tutto).

Continua Ende: c’è un valore comune che precede ogni critica sociale ed è il valore dell’uomo. Compito del poeta è ricreare continuamente questo valore (…). Se non lo si fa, questo valore perde i colori e la sua consistenza, perde la sua realtà e le conseguenze sono la bestialità e la barbarie.

A me King piace perché fa esattamente questo: ricrea sempre il valore dell’uomo, difende la “riserva della letteratura fantastica”, conserva e tramanda i colori e la consistenza dell’uomo (anche quando sono foschi e tenebrosi), mi tiene lontana dalla bestialità e dalla barbarie, pericoli sempre vicini e molto reali per l’essere umano. E fa tutto questo senza cercare d’indottrinarmi, mai, che si stia esprimendo in un romanzo, racconto, in un messaggio, in un articolo, in un’intervista, in un sito internet. E non perché King rappresenti una letteratura meramente “escapista”, ma perché, ancora una volta con Ende (grazie di essere esistito anzi di esistere), le opere di King sono opere che non dimostrano o  confutano alcunché, ma sono qualcosa (come esempi Ende cita Iliade, Odissea, Faust, Le Mille e Una Notte, i romanzi di Balzac e Dostoevskij, Shakespeare).

Inoltre le opere di King sono piene di umorismo. Alla faccia di chi non è in grado di capirlo, apprezzarlo, sopportarlo, esso è IL pilastro di una buona vita e, come dice ancora Ende (scusa se saccheggio il tuo libello!), non può essere mai fanatico né dogmatico (cosa che purtroppo avviene spesso), ma è sempre umano e amichevole; è quell’atteggiamento interiore che ci permette di ammettere senza rancore la nostra inadeguatezza. Non è la stessa cosa della saggezza, ma le è parente stretto.

Tutto questo è King, e lo è anche in questi quattro bei racconti.

1922 è forse la perla nera di questa raccolta, di sicuro il più articolato e il più “classicheggiante” in senso Kinghiano. Non c’è nessun esempio di umanità positiva in questo racconto, neppure il figlio, che anzi risulta ancor più colpevole in quanto si lascia plagiare contro la propria madre e non ha risentimenti personali nei suoi confronti. Inoltre riesce a distruggere la sua vita, quella della sua donna e del loro bambino. Sono troppo dura? Non più di quanto lo sia la storia (e il mio giudizio non significa che non abbia anche compassione di loro). Una storia dura, durissima, tra le più dure mai scritte da King, perché non viene stemperata da nessun empito di vero amore, nessun momento lirico.

Big Driver: il film di Jodie Foster citato nel racconto (che vidi al cinema) innescò una personalissima valutazione sul tema della violenza e della giustizia. Non è sede per parlarne, ma per vari e personalissimi motivi anche la vicenda di Tess è stata di fondamentale importanza per una certa riflessione che fa parte di un percorso catartico. Questo è King. (p.s. mentre leggevo avevo in mente, sempre, le parole che dice Hattori Hanzo a Beatrix in merito alla vendetta nel momento in cui le consegna la spada).

Fair extension: mi immedesimo sempre nelle storie che leggo, sempre, e se non riesco a farlo in nessun punto della storia significa che non è una buona storia. Penso che quasi tutti abbiano provato a immaginare  cosa succederebbe se potessero fare un “patto col diavolo”. Non è per nulla una storia banale, in ogni caso: anzi, come ho detto in più di un’occasione, una delle migliori caratteristiche di King è che riesce a rielaborare topoi letterari trasformandoli in piccoli gioielli come questo. Gioielli tanto brillanti quanto tagliente è la cattiveria di Dale, che lascia senza fiato. Insomma, distruggere il tuo nemico può anche andar bene, ma assistere con soddisfazione allo spettacolo della Chera rovinosa che si impadronisce dei suoi innocenti familiari…beh, questa è pura malvagità. Una malvagità gioiosa, che quasi toglie a Dave l’umanità, avvicinandolo ad una figura fantastica di Male Inumano. Si direbbe che Dave prenda da Elvid ben più che un’equa estensione del suo tempo, un bonus, per così dire, di tipo virale, anzi parassitario.

A good marriage: davvero un buon matrimonio! Che c’è di meglio di un marito che ti regge la bacinella per il vomito e ad ogni scarica va a sciacquartela? Io ho un marito meraviglioso, che tuttavia si guarderebbe bene da fare una cosa del genere (il che, forse, significa che non è un brutale serial killer psicopatico! :D). Come scrive il Nostro nella postfazione, bisogna rassegnarsi all’idea che un efferato assassino sia capace, del tutto spontaneamente e in perfetta buona fede, di aiutare le anziane signore ad attraversare la strada, e ci sono poche cose, che fanno parte della natura umana, più vere di questa. L’animo umano è una selva selvaggia e aspra e forte ed è bene che ognuno di noi lo ricordi, sempre, sia in pieno sole, quando tutto sembra reale e sciocco, sia sotto un cielo nero e senza stelle, dove tutte le nostre ombre escono da noi e si fondono lassù, con l’oscurità.

 

 

 

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When I look and I find, no change

Sono stanca morta ma ci tenevo che questo breve post portasse ufficialmente la data del 24 novembre! La mia nuova supplenza mi sta prendendo tutto il tempo che ho e anche di più, quindi le altre tesi calviniane dovranno aspettare che mi assesti un po’ con le mie tre nuove classi e un programma che affronto per la prima volta (anzi, programmi).

Ma, come dicevo, ci tenevo a ricordare anche quest’anno la scomparsa di Freddie. E’ un giorno triste anche dopo 19 anni senza di te! E come al solito ti/mi/vi dedico una bellissima canzone…Buonanotte!

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