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Dan Simmons – Drood

Drood. Elliot Edizioni.

Per una Fedele Lettrice che ha scoperto Dickens su suggerimento di King (le allusioni a Scrooge mi avevano sempre incuriosito) e che ha cominciato ad amarlo fin dalle prime pagine, scoprendo un inestimabile tesoro, questo Drood non poteva non esercitare un  grosso richiamo, accresciuto dalla curiosità di leggere qualcosa di quel cattivone (ahahahahah) di Simmons, specialmente dopo aver appreso – credo da Carmillaonline – che “l’uomo Dan Simmons non è all’altezza dello scrittore” neanche chi l’ha scritto ci viva insieme e possa veramente testimoniare sull’uomo Simmons; e anche dal commento di un’altra lettrice, un commento interessante che testimoniava della particolarità del romanzo.

Ed in effetti è davvero un libro particolare, che sfugge ad una rigida classificazione (come tutti i buoni libri), e si colloca a metà tra biografia, fantastico/horror e romanzo storico: davvero una miscela interessante. E  lo stile, poi! Stando almeno alla traduzione, sembra che Simmons si sia sforzato di riprodurre qualcosa di simile ad un buon romanzo d’appendice. Infatti la vicenda è scritta e narrata in prima persona da Wilkie Collins, amico e collaboratore di Dickens, e, per quanto riguarda la resa stilistica, la cosa è perfettamente plausibile, e questo, amici e vicini, è un grande, enorme, immane merito di Simmons.

Il libro è evidentemente frutto di un’intensa e minuziosa ricerca su Dickens e Collins, che si nutre di innumerevoli e variegate fonti, partorendo (data la mole del libro è il verbo più adatto) un romanzone ricchissimo (anche troppo, penseranno sicuramente alcuni lettori) di dettagli, a volte anche un po’ prolisso (non che la cosa mi disturbi), pieno di immagini vivide, dotato quindi di altissima abilità descrittiva (che va soprattutto a vantaggio della Londra delle altre ssssuburre, ma ovviamente anche dei personaggi).

Confesso che, nel verificare alcune delle fonti utilizzate da Simmons (che è stato così gentile da elencare nella postfazione – grazie di cuore!) sono stata colta da sublime emozione nel vedere foto di luoghi e personaggi (alcuni, che pensavo invenzioni letterarie, esistono invece davvero!), come la casa di Dickens, Gad’s Hill Place, la sua giovane compagna Ellen, sua moglie, i suoi figli, le due amanti di Collins (accidenti, quant’era brutta Martha R.!). Questo riscontro mi ha permesso di capire, appunto, quale immane lavoro documentario ci sia dietro questo bel tomone.

L’elemento fantastico (incerto e aperto all’interpretazione del lettore, anche se io sono del parere che la spiegazione di Dickens sia vera) non è pesante e invasivo, e l’ho particolarmente apprezzato (anche perché come ben si sa io amo il fantastico). Dickens, sebbene venga quasi continuamente attaccato mediante elenco ed esagerazione dei suoi difetti, giganteggia come personaggio; anzi, si può dire che giganteggi proprio grazie al filtro negativo di Collins, io narrante del tutto particolare. Ben prima della commovente dichiarazione d’amore del finale (“Non ho amato nessuno. Ma, che Dio mi perdoni, ho amato Charles Dickens” e il resto non lo scrivo perché è troppo bello da leggere) si capisce bene che il problema di Wilkie è quello di essere amato e accettato da un uomo che, in fondo, considera come un padre (e che, secondo una certa tradizione molto antica, vuole emulare e soppiantare).

Wilkie non è un personaggio facile e nonostante tutto ispira una certa compassione nonché la curiosità di leggere i suoi romanzi, che saranno senz’altro belli (ecco un’altra eredità piacevole). Anche Dickens doveva essere, nella realtà, poco somigliante al suo alter ego letterario Copperfield, eppure la sua onestà, il suo romanticismo, la sua vitalità, il suo senso dell’umorismo, la sua genialità mi paiono fuori discussione.

Sono innamorata ancor di più di Dickens e ringrazio  di cuore Simmons.

Un’ultima cosa: questo libro ha un prezzo onesto ed è un buon prodotto editoriale. Buona carta, buona stampa, 800 e passa pagine scritte fittamente di ottima storia, e per finire bella copertina. Perché certe case editrici non imparano da questo ammirevole esempio?

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Philip K. Dick – Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è il titolo di un romanzo scritto nel 1968 da Philip K. Dick, il primo che leggo di questo autore; la fama di questo libro, e, probabilmente, di tutti i libri di Dick, si deve alla trasposizione cinematografica diretta da Ridley Scott, Blade Runner, del 1982, anno della morte dello scrittore.

E’ il primo libro di Dick che leggo (ma di sicuro non sarà l’unico!), e l’ho fatto sicuramente per attrazione dovuta al bellissimo, meraviglioso, impareggiabile Blade Runner. Molti lettori hanno lamentato la sostanziale differenza rispetto al film, e una fetta piuttosto consistente lo ritiene uno dei pochi casi in cui il film è superiore al libro, pertanto voglio subito chiarire la mia opinione in merito a questa presa di posizione: è una balla spaziale.

Io direi, invece, che è uno dei rari casi in cui il film e il libro, pur somigliandosi in maniera piuttosto superficiale, non sono in un reciproco  rapporto di superiorità-inferiorità, ma di diverso punto di vista dell’intera vicenda, ed entrambi latori di bellezza e significato.

Il punto di vista del film è, sostanzialmente, quello dell’androide, o almeno sbilanciato dalla parte dell’androide; quello del libro è il punto di vista dell’umano. Deckard prende coscienza del progressivo processo di umanizzazione interiore degli androidi in entrambi, ma nel libro è il suo stesso sentimento a prevalere, il suo “essere umano” a sentirsi ferito dal gesto di far tacere per sempre una delle più belle voci della lirica, ricche di pathos, una voce che provoca gioia ed emozione in chi l’ascolta. Nel film si fa molta leva, soprattutto nella scena finale con Roy (che è giustamente la più famosa e mette i brividi ogni volta che la vede, da 20 anni a questa parte, a chi scrive) sul sentimento dell’androide, che si sente umano ma non viene riconosciuto come tale dagli umani. Nel libro è l’umano, Deckard (tra l’altro figura decisamente diversa e difficilmente sovrapponibile a Harrison Ford, che tuttavia è azzeccatissimo per il Deckard ridleyscottiano), a soffrire, è Deckard a provare empatia puramente umana per gli androidi, a provare attrazione e anche una certa dose d’amore per Rachael; di quel che provano loro gli importa in maniera relativa, e non perché sia un cinico insensibile (beh…un po’ lo è, in fondo è maschio! :P), ma perché, immagino, è la perdita dell’identità di essere umano come unico detentore di “umanità”, appunto, deve sembrargli intollerabile. Gli androidi vanno eliminati perché minano l’identità dell’essere umano; se la creazione dell’uomo eguaglia o supera in umanità l’uomo stesso, allora l’essere umano non ha neppure ragione di esistere, di sentirsi tale.

Nel libro, inoltre, è molto interessante la questione della nuova religione “empatica”, che si rivela attraverso uno schermo, e dei suoi oppositori, che sempre vanno in onda, ininterrottamente, su uno schermo televisivo; la scoperta dell’attore e del fondale dipinto etc, curiosamente non demolisce affatto la “falsa religione”, perché vero e falso, coerentemente con la figura dell’androide, non sono categorie assolute, ma sono interscambiabili e l’una non inficia l’altra: è veramente un aspetto affascinante del romanzo.

La faccenda degli animali elettrici, poi, è meravigliosamente inquietante ed è forse uno degli aspetti ingiustamente trascurati dal film (anche se il film aggiunge molto altro), e fa un po’ di tristezza vedere come, in fondo, non sia cambiato nulla nei confronti degli animali in un mondo in cui essi sono quasi estinti e tutto l’affetto di cui sono oggetto puzza di ostentazione dello status sociale, cosa ancor più avvilente in un pianeta preda di contaminazione radioattiva, spopolato di individui sani (che risiedono altrove), in cui davvero non c’è proprio nulla da ostentare.

In questo libro c’è molto di più di quel che ho riportato. Leggetelo e pensateci: contrariamente a molti romanzi di fantascienza questo non è superato dai tempi (se non dall’anno di ambientazione della fiction) e ripropone un’antica paura dell’uomo che si trasforma in una paura tutta nuova e pericolosamente realistica.

p.s. commento redatto con il supporto musicale dell’inimitabile Vangelis.

p.p.s. secondo autore di fantascienza, dopo Ballard, ad avere evidenti problemi con le donne (vedi alla voce complesso di inferiorità e sindromi varie che non nomino :D)

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Stephen King – Full dark, no stars

Full dark, no stars

 

Mi sono accostata a questo libro con la solita trepida speranza di trovarci il King che mi piace e non sono rimasta delusa. Sono banale se dico che sono quattro racconti bellissimi? E va bene, adoro essere banale: sono bellissimi. Sono particolarmente King, anche se io ci ho visto una sorta di “crepuscolarità”, un’aura oscura ma brillante (o, se preferite, brillante ma oscura), una sottile patina di di-sperazione (anche se King nella postfazione lo nega); insomma buio pesto, senza neppure il conforto di una misera stellina di magnitudo apparente  +30. Ma più che scrivere analiticamente dei racconti vorrei fare una riflessione sul perché mi piace King, e mi soccorre in questo un libello che ho avuto la fortuna di leggere in questi giorni travagliati, Storie Infinite, raccolta di piccoli saggi e riflessioni di Michael Ende sulla letteratura fantastica.

Ende parte da un’idea che io ho sempre nebulosamente condiviso fin da quando ho cominciato a sviluppare una certa capacità critica, e che è andata via via  assumendo contorni sempre più netti: l’artista o lo scrittore non devono predicare a favore di una visione del mondo (…) l’unica cosa che mi indigna (…) è quando sento che l’autore prova a darmi qualche insegnamento. Ecco, è una cosa che indigna anche me. Per questo motivo, oltre che per motivi stilistici, rifuggo la maggior parte degli autori contemporanei che si propongono come magistri vitae. L’Italia non solo non fa eccezione, ma anzi è dolorosamente in prima linea nel perpetrare questa violenza alla letteratura; gli scrittori si propongono a priori come latori di un messaggio politico-sociale (nelle loro opere o nei loro interventi di altro tipo), magari avanzando anche la provenienza da un presunto lato buono del Belpaese (e questa frecciata non è diretta solo a chi lo dice esplicitamente: tutti i letterati o pseudo tali d’Italia sono politicizzati o peggio e ritengono di far parte di una specie di foedus sanctitatis – ma quanta presunzione! La sanctitas sta negli oscuri, prima di tutto).

Continua Ende: c’è un valore comune che precede ogni critica sociale ed è il valore dell’uomo. Compito del poeta è ricreare continuamente questo valore (…). Se non lo si fa, questo valore perde i colori e la sua consistenza, perde la sua realtà e le conseguenze sono la bestialità e la barbarie.

A me King piace perché fa esattamente questo: ricrea sempre il valore dell’uomo, difende la “riserva della letteratura fantastica”, conserva e tramanda i colori e la consistenza dell’uomo (anche quando sono foschi e tenebrosi), mi tiene lontana dalla bestialità e dalla barbarie, pericoli sempre vicini e molto reali per l’essere umano. E fa tutto questo senza cercare d’indottrinarmi, mai, che si stia esprimendo in un romanzo, racconto, in un messaggio, in un articolo, in un’intervista, in un sito internet. E non perché King rappresenti una letteratura meramente “escapista”, ma perché, ancora una volta con Ende (grazie di essere esistito anzi di esistere), le opere di King sono opere che non dimostrano o  confutano alcunché, ma sono qualcosa (come esempi Ende cita Iliade, Odissea, Faust, Le Mille e Una Notte, i romanzi di Balzac e Dostoevskij, Shakespeare).

Inoltre le opere di King sono piene di umorismo. Alla faccia di chi non è in grado di capirlo, apprezzarlo, sopportarlo, esso è IL pilastro di una buona vita e, come dice ancora Ende (scusa se saccheggio il tuo libello!), non può essere mai fanatico né dogmatico (cosa che purtroppo avviene spesso), ma è sempre umano e amichevole; è quell’atteggiamento interiore che ci permette di ammettere senza rancore la nostra inadeguatezza. Non è la stessa cosa della saggezza, ma le è parente stretto.

Tutto questo è King, e lo è anche in questi quattro bei racconti.

1922 è forse la perla nera di questa raccolta, di sicuro il più articolato e il più “classicheggiante” in senso Kinghiano. Non c’è nessun esempio di umanità positiva in questo racconto, neppure il figlio, che anzi risulta ancor più colpevole in quanto si lascia plagiare contro la propria madre e non ha risentimenti personali nei suoi confronti. Inoltre riesce a distruggere la sua vita, quella della sua donna e del loro bambino. Sono troppo dura? Non più di quanto lo sia la storia (e il mio giudizio non significa che non abbia anche compassione di loro). Una storia dura, durissima, tra le più dure mai scritte da King, perché non viene stemperata da nessun empito di vero amore, nessun momento lirico.

Big Driver: il film di Jodie Foster citato nel racconto (che vidi al cinema) innescò una personalissima valutazione sul tema della violenza e della giustizia. Non è sede per parlarne, ma per vari e personalissimi motivi anche la vicenda di Tess è stata di fondamentale importanza per una certa riflessione che fa parte di un percorso catartico. Questo è King. (p.s. mentre leggevo avevo in mente, sempre, le parole che dice Hattori Hanzo a Beatrix in merito alla vendetta nel momento in cui le consegna la spada).

Fair extension: mi immedesimo sempre nelle storie che leggo, sempre, e se non riesco a farlo in nessun punto della storia significa che non è una buona storia. Penso che quasi tutti abbiano provato a immaginare  cosa succederebbe se potessero fare un “patto col diavolo”. Non è per nulla una storia banale, in ogni caso: anzi, come ho detto in più di un’occasione, una delle migliori caratteristiche di King è che riesce a rielaborare topoi letterari trasformandoli in piccoli gioielli come questo. Gioielli tanto brillanti quanto tagliente è la cattiveria di Dale, che lascia senza fiato. Insomma, distruggere il tuo nemico può anche andar bene, ma assistere con soddisfazione allo spettacolo della Chera rovinosa che si impadronisce dei suoi innocenti familiari…beh, questa è pura malvagità. Una malvagità gioiosa, che quasi toglie a Dave l’umanità, avvicinandolo ad una figura fantastica di Male Inumano. Si direbbe che Dave prenda da Elvid ben più che un’equa estensione del suo tempo, un bonus, per così dire, di tipo virale, anzi parassitario.

A good marriage: davvero un buon matrimonio! Che c’è di meglio di un marito che ti regge la bacinella per il vomito e ad ogni scarica va a sciacquartela? Io ho un marito meraviglioso, che tuttavia si guarderebbe bene da fare una cosa del genere (il che, forse, significa che non è un brutale serial killer psicopatico! :D). Come scrive il Nostro nella postfazione, bisogna rassegnarsi all’idea che un efferato assassino sia capace, del tutto spontaneamente e in perfetta buona fede, di aiutare le anziane signore ad attraversare la strada, e ci sono poche cose, che fanno parte della natura umana, più vere di questa. L’animo umano è una selva selvaggia e aspra e forte ed è bene che ognuno di noi lo ricordi, sempre, sia in pieno sole, quando tutto sembra reale e sciocco, sia sotto un cielo nero e senza stelle, dove tutte le nostre ombre escono da noi e si fondono lassù, con l’oscurità.

 

 

 

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Quando voglio ridere leggo il blog di qualcuno in particolare

Dance dance dance. Einaudi (ET), euro 13,00

Il titolo non c’entra assolutamente nulla col contenuto del post in sé (o meglio: un nesso c’è, ma è tortuoso e non mi sembra il caso di esplicitarlo; peraltro avevo bisogno di un titolo). Agosto è stato un mese di intense letture, e Settembre si sta rivelando altrettanto fecondo. Oggi ho finito di leggere, con gran dispiacere, Dance dance dance di Haruki Murakami: molto bello. Non è un libro privo di difetti, ma l’ho trovato davvero incantevole, con quel velo di mistero, di sogno, di “paranormale” (nel senso etimologico del termine, in questo caso) che sembra essere così comune, così…normale per un orientale, e che, invece, è così strano per molti occidentali! Se penso che in Italia abbiamo una roba che si chiama CICAP mi viene quasi il voltastomaco, dal momento che i signori che ne fanno parte non formano un comitato per il controllo delle affermazioni sul paranormale, ma per l’abbattimento a priori di qualsiasi affermazione sul paranormale, un comitato dominato da soli due sentimenti: lo scetticismo e la religione della Scienza (naturalmente la Scienza come da loro intesa; e questa religione non ha nulla di dialogico in sé, è una religione fondamentalista). Narrazione leggera e delicata come il petalo di un fiore di ciliegio, anche quando (e Murakami non lesina) si parla di sesso.

Devo dire che sono rimasta anche piuttosto impressionata da alcuni passaggi letti a tarda sera. Un uomo pecora in un Hotel del Delfino. Se qualcuno conoscesse la mia vita nel dettaglio saprebbe quanto strane mi sembrino queste coincidenze, però non è la prima volta che Murakami mi sorprende con queste coincidenze, inserendosi sempre al momento opportuno coi suoi libri nella mia  vita. Paranormale? Sì, grazie! I want to believe.

p.s. sì, stanotte ho sognato l’uomo pecora. Mi dava un bacio.

p.p.s. piccolo appunto per ricordarmi di parlare dell’era dell’ermeneutica.

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Dalla ricerca di Dio al tentativo di evitarlo

Ho letto due libri molto interessanti negli ultimi giorni: La teoria del tutto di Stephen Hawking e Costruire la macchina del tempo di John Gribbin. Inoltre sto leggendo (con esasperante lentezza) Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche.

Di Zarathustra ho letto poche pagine, ma ho subito trovato una frase che esprime quello che credo sia uno dei concetti principali dell’opera:

Io vi scongiuro, fratelli miei, restate fedeli alla terra  e non prestate fede a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene! Sono avvelenatori, lo sappiano o no (pag. 31 ed. Newton Compton)
Fedeli alla terra e lontani dai miraggi ultraterreni, cioè dalle religioni e da qualsiasi forma di pensiero trascendente che ignori il corpo, la materia. Dovremmo, pertanto, fuggire l’idea di Dio, in special modo di un Dio nella forma che solitamente si assegna alle divinità, con tutte le caratteristiche di incorruttibilità ed eternità e onnipotenza che porta con sé da sempre, parallelamente alla nascita dell’uomo.
Anche nei due libri scientifici che ho citato è presente la stessa idea, soprattutto nel libro di Hawking (quello di Gribbin ha un altro scopo rispetto a quello di descrivere teorie cosmogoniche e cosmologiche, sebbene le includa comunque). Non so se avete presente chi sia Stephen Hawking: è senz’altro il fisico più famoso e più autorevole. Naturalmente è molto famoso anche per la sua infermità, che lo costringe all’immobilità pressoché totale, e alla comunicazione attraverso un sintetizzatore.

Stephen Hawking

Dico che è famoso anche per la sua infermità perché, innegabilmente, ci sono molti altri fisici bravissimi ma sconosciuti, o ancora conosciuti col loro nome (come Roger Penrose) ma non col loro aspetto. Il ragionamento qualunquista secondo il quale il destino (o Dio) ha tolto ad Hawking una vita normale ma gli ha donato un cervello impareggiabile è dunque falsa; Einstein non aveva un aspetto particolarmente orribile!

Cos’è arrivato, per dirla proprio con Hawking, all’ “uomo della strada” relativamente alla nascita dell’Universo? Tutti sanno che la teoria prevalente sulla nascita dell’Universo è quella del Big Bang, cioè la grand esplosione che ha dato origine all’Universo. Le  teorie, però, portano (sia dal punto di vista matematico che basandosi sull’osservazione) verso la cosiddetta singolarità, che, dal punto di vista della fisica è un punto infinitamente denso, in cui cioè l’attrazione gravitazionale tende all’infinito, e in cui il tempo non esiste. Capirete bene che se l’Universo è nato da una singolarità, che è una realtà fisica e matematica provata, la faccenda diventa imbarazzante perché, lungi dall’eliminare la figura di Dio (qualunque cosa significhi, non parlo di un Dio in particolare)  porta invece dritti dritti in quella direzione. Immagino che Margherita Hack abbia avuto le convulsioni di fronte ad una simile possibilità.

Cos’è successo poi? Per evitare la singolarità si sono cercate teorie alternative. Ora non voglio né posso entrare nel dettaglio (in fisica e matematica sono una schiappa tendente ad infinto), ma è assolutamente assurda la motivazione per cui sono nate queste teorie…cioè per evitare una conclusione che è in accordo sia con le osservazioni dell’Universo sia con la teoria che descrive in maniera precisa l’Universo, ossia la teoria generale della relatività di Einstein, sopravvissuta a tutte le verifiche dopo quasi 100 anni. E così sono nate le bolle, le stringhe e Dio solo sa cos’altro. Per ammissione dello stesso Hawking sono teorie che presentano molti più problemi rispetto a quella del Big Bang con singolarità inziale (che non ne presenta nessuna tranne quella di essere inaccettabile per gli atei). Pensano forse che scoprire che l’Universo ha avuto origine da una singolarità che potremmo chiamare Dio ci renderà tutti dei fanatici religiosi? Non capisco. Come dicevo nel mio commento su aNobii io pretendo che la scienza dia la migliore risposta possibile, basata su nient’altro che sull’osservazione e sul metodo scientifico, non certo su quello che gli uomini vorrebbero trovare dietro l’angolo! Con questo non voglio dire che le teorie siano delle sciocchezze a priori: ma mi sembra assurdo dover introdurre, ad esempio, nei calcoli, una costante altrimenti inesistente e inosservabile solo per far quadrare la teoria! Lo fece Einstein introducendo la costante cosmologica perché i calcoli dessero come risultato un Universo stabile (ecco un chiaro esempio di vizio “religioso”) quando le evidenze dimostravano tutte che esso doveva essere in espansione (o in contrazione): però Einstein ammise l’errore e dichiarò che era stato il più grande errore della sua vita.

Annotazione: non voglio difendere il creazionismo: non m’interessa assolutamente. Non voglio neanche combatterlo a priori, però. Consiglio a tutti di provare a leggere qualche libro “universale”: ci sono poche materie così affascinanti come questa!

Un lontanissmo quasar

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Charles Dickens – Il circolo Pickwick

Il circolo Pickwick rappresenta l’esordio letterario di Charles Dickens: pubblicato in 19 puntate fra il 1836 e il 1837, riscosse un grandissimo successo, regalando notorietà e guadagni al giovane scrittore. La genesi di questo libro – che, a rigore, non si può neppure definire un vero e proprio romanzo, almeno nella prima parte – è inusuale per noi (non così per l’epoca): i fascicoli erano originariamente dei veri e propri commenti alle vignette umoristiche di un famoso disegnatore dell’epoca, tale Robert Seymour. La morte prematura dell’illustratore e la determinazione di Dickens a svincolarsi dalla tirannia della vignetta determinarono ben presto la subordinazione di quest’ultima al testo, sovvertendo il progetto originario. La tiratura del primo fascicolo fu di 400 copie, quella dell’ultimo di 40.000: un successo strepitoso per l’epoca.

In effetti la natura della pubblicazione sembra, qui più che altrove, determinare la struttura particolare del romanzo, che, almeno fino alla metà circa, non possiede una vera e propria trama, ma si compone diepisodi giustapposti e legati fra loro da un filo conduttore debolissimo, basato sulla presenza degli stessi personaggi. Nella seconda metà, invece, si sente la “deriva unitaria” che riannoda i fili sparsi in vista del finale.

Il circolo al quale fa riferimento il titolo è quello fondato da Samuel Pickwick, gentiluomo ormai ritiratosi dagli affari con una discreta fortuna, che ha deciso di dedicare la vecchiaia alla filantropia e più specificamente alla ricerca sull’uomo; in effetti di cosa di occupi il circolo non è ben chiaro: sembra che nelle sue competenze rientrino interessi svariati ed anche eccentrici (la teoria sui girini ne è un esempio). Quattro membri del circolo, comunque, Mr. Pickwick e altri tre amici, due dei quali molto più giovani, formano una specie di sezione distaccata e partono per raccogliere materiale per la loro ricerca sull’uomo, proponendosi di segnare aneddoti, appunti, descrizioni, storie, resoconti delle loro avventure. E ne avranno ben donde: presto saranno letteralmente sommersi da tutte le manifestazioni dell’umana natura, dalla più benevola alla più maligna, che li condurranno ad avventure spesso esilaranti.

Quel che viene fuori è un poderoso, mirabile, scintillante affresco della società inglese, che non tralascia neppure gli aspetti più sgradevoli: le furberie e i latrocini di certa parte della classe avvocatizia, la disperazione delle classi povere costrette a passare anni se non l’intera vita nelle prigioni per debiti (come tutti sanno, anche il giovanissimo Dickens passò attraverso quest’ esperienza tramite il padre), i truffatori.

Un’altra particolarità del libro è che vi si trovano riportati diversi racconti, ciascuno con un suo titolo, che sono raccolti da Mr. Pickwick nei suoi spostamenti e diligentemente annotati, cosicché entrano a far parte degli “atti del circolo” che sono poi, nella finizione, quelli attraverso cui un ipotetico redattore costruisce la storia. In effetti il narratore è esterno e fa sentire sovente la sua presenza dando giudizi su personaggi e fatti e facendo supposizioni su vari aspetti, spesso – inutile dirlo – con il ben noto umorismo che caratterizza le opere dickensiane.

I personaggi sono tutti splendidi. A dire il vero sono molto diversi dal tipo di personaggio che io prediligo nelle mie letture, per esempio sono molto lontani dall’avere un vero e proprio approfondimento psicologico: eppure questo non fa di loro, come spesso si dice, degli stereotipi. Lo stereotipo appartiene ad un personaggio che ha dei comportamenti prevedibilmente dettati dal senso comune più becero, ad esempio il detective tenebroso che incontra la bellissima donna misteriosa e, dopo aver indovinato il disegno dei suoi seni sotto i vestiti, ci finisce a letto (tipo di situazioni che detesto). Qui invece non c’è nulla del genere.

Su due personaggi in particolare val la pena soffermarsi: il protagonista e il suo domestico, Sam Weller (suo padre meriterebbe comunque un discorso a parte!). Essi sono una coppia che si completa a vicenda: Pickwick anziano, pacato, sognatore, un bel po’ avulso dalla realtà e dalla praticità; Weller giovane, irruento, dotato di quella praticità e anche di quel certo grado di savoir faire, se vogliamo chiamarlo così, che possiede ogni esponente della classe lavoratrice. Weller è il servitore ideale: onesto col padrone ma non alieno da piccoli sotterfugi (rigorosamente contro i malvagi) per il bene del padrone stesso, tenace, divertente, pronto, intelligente. La loro è una vera e propria storia di umano amore, un’amicizia pura, nonostante le differenze di posizione sociale, non ininfluenti, ovviamente, in quell’epoca.

Ho pensato, mentre leggevo, al Sam de Il signore degli anelli e per un momento mi sono chiesta se Tolkien avesse in mente proprio Sam Weller quando ha pensato al fedele servitore di Frodo. Le differenze ci sono, ma le analogie sono molte di più, e la cosa è senz’altro possibile. Lo stesso Pickwick, in effetti, ha dei tratti che lo caratterizzano come una creatura fantastica: questo l’ho pensato soprattutto quando leggevo le numerose descrizioni degli occhi scintillanti, del carattere che ignora la rabbia e invece regala  e sparge mitezza, delle varie sessioni mangerecce a cui il Nostro si sottopone in allegria. In effetti anche il curatore del volume, ho scoperto (leggendo l’introduzione a fine lettura come faccio sempre), la pensa allo stesso modo, chiamandolo addirittura “folletto” e spiegando i motivi per i quali lo ritiene tale.

Un articolo di poche pagine completa la mia edizione ed è davvero molto bello. A proposito di quanto detto prima riporto un passo che mi ha davvero molto colpito:

A ogni essere umano dev’essere accaduto – o almeno è auspicabile che sia così – di trovarsi una volta o l’altra a discorrere intorno a una tavola con gli amici più cari e simpatici, una di quelle sere in cui le varie personalità si manifestano al meglio, quasi schiudendosi come grandi fiori tropicali: ognuno sostiene il suo ruolo come in una deliziosa commedia dell’arte; ognuno p se stesso più di quanto lo sia mai stato in questa nostra valle di lacrime; ognuno sembra la stupenda caricatura di se stesso. L’uomo che ha conosciuto serate del genere comprenderà le esagerazioni contenute nel Circolo Pickwick; (…) Perché Dickens, come ho già detto, è vicinissimo alla religione popolare, che poi è la sola definitiva e degna di fiducia: sa concepire la gioia che non ha fine; sa concepire creature imperiture come Puck o Pan, creature la cui voglia di vivere non può soddisfarsi di secoli né di millenni. Egli non si è fatto scrittore affinché le sue creature copino la vita e ne riproducano le angustie: è scrittore perché essi abbiano una loro vita, e sia una vita esuberante (…) Sia la religione popolare con le sue gioie senza fine, sia le vecchie storie comiche con i loro scherzi interminabili oggi vanno scomparendo di pari passo. Siamo troppo deboli per desiderare quell’immortale vigore. Crediamo sia possibile stancarsi di una cosa buona, idea blasfema (…). Gli antichi grandi sfidanti di Dio non ebbero paura di un’eternità di tormenti, ma siamo al putno di avere paura di un’eternità di gioia. (Gilbert K. Chesterton).

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Lara Manni – Esbat

Purtroppo, com’è ben risaputo presso amici e conoscenti, io non amo la letteratura contemporanea e infatti le mie letture, al giorno d’oggi, sono costituite in gran numero da romanzi scritti entro la seconda guerra mondiale (al massimo anni 60-70). Questa tendenza al classico è cresciuta negli anni piuttosto che diminuire. Sono davvero pochi i romanzi contemporanei che leggo e meno ancora quelli che apprezzo. King, Fallaci, Yoshimoto sono delle straordinarie eccezioni, del resto diversissime tra di loro.
E questa mia preferenza è dovuta principalmente ad un fattore, cioè lo stile. Per me lo stile è tutto. Se uno stile mi dispiace, anche se la storia è meravigliosa, per me è comunque un brutto libro. Insomma: per quanto mi riguarda è meglio un libro che non dice nulla ma lo dice bene; coi classici non corro rischi perché dicono tutto e lo dicono bene.
Secondo me gli autori contemporanei al 90% non sanno scrivere. O perlomeno non sanno scrivere con uno stile che io, con la mia formazione, giudico accettabile. Motivo per il quale per esempio non riesco a leggere Ammaniti. Ci ho provato, il film “Non ho paura” mi è strapiaciuto, ma non ci sono riuscita, il suo stile mi fa orrore.
La stessa cosa, per farla breve, mi è successa con Esbat. Non mi piace il modo in cui è scritto. E’ probabilmente un limite tutto mio, ma non mi piace. E’ anche probabile che alcuni degli errori facciano parte della non perfetta trasposizione in testo elettronico (in tutta evidenza). Io odio i periodi frammentati e lo stile nominale. Capisco che al giorno d’oggi non tutti possano scrivere come Cicerone (figuriamoci, non avrebbero neanche dieci lettori), o, se volete un esempio più vicino a noi, come Dickens, con quei bei periodi ampi, ariosi, pieni di subordinate eleganti, ma dal periodo ciceroniano ad una sfilza di periodi continui formati da due-tre-quattro-cinque parole ci passa una bella differenza. Est modus in rebus. Un esempio fra tanti: “Quella voce. Quella pelle. Quello sguardo” (…)”Che poi. Anche se fosse vero, cosa potrei… dire a una creatura del genere?” E ancora: “Ecco. Il problema”. Ancora, questa volta nei ringraziamenti: “Poi”. e a capo comincia un’altra frase. Spero che questi siano tutti errori di lettura del programma che ha convertito il testo, perché qui, a mio parere, non è una questione di stile e licenza letteraria, ma di scorretto italiano “ecco. Il problema.” non significa un bel niente, poi-punto e che poi-punto non possono neanche essere definiti di registro colloquiale, sono semplicemente errori di italiano. Ma a cosa pensava chi per mestiere aveva il dovere di correggere il testo? Mah. Avevo sentito dire che gli editor in Italia sono figure davvero strane, ma queste sono cose da scuola elementare. Anche espressioni tipo “facesse pure” sarebbero da censurare, questa, diatopicamente parlando, è un’espressione pressoché dialettale dell’area centro-meridionale. E’ vero, io sono prevenuta: non nei confronti dell’autrice, eh! ma perché insegno italiano e sono letteralmente fissata con questo tipo di cose. Sono stata tormentata dai miei eccellenti professori universitari anche sull’uso della punteggiatura, e vedere virgole che non corrispondono a pause sintattiche ma solo “di fiato”, come quando si parla, è una cosa che mi fa orrore.
Ho riportato pochi esempi ma il libro è disseminato di frasi simili, almeno nella prima parte, la cui lettura – per me – è quasi insopportabile. Dopo i primi cinque capitoli, tuttavia, la situazione migliora notevolmente e anche le subordinate oltre il primo grado cominciano a fare la loro comparsa, fino ad attestarsi su un livello di vivibilità. La sinistra tendenza fa capolino di nuovo nel finale, ma con moderazione.
Passiamo ai personaggi: difficile affezionarsi a qualcuno. Non si capisce bene neppure se l’Autrice ami qualcuno di loro (il che, a ben vedere, potrebbe anche essere considerato un pregio). La sensei (spero che la Takahashi non le somigli davvero!) è antipatica, presuntuosa, debole. Nella prima parte del romanzo ci tiene tanto a precisare quanto è ricca, famosa, venerabile…odiosa! In parte cambia perché a questo la costringe la sofferenza, ma è incoerente lungo tutta la storia. Per carità, mai stata una fan della coerenza nelle vicende della vita privata (io! Risate dal fondo…), ma qui forse è un tantino eccessivo.
Mi è piaciuta un po’ di più Ivy, e non credo che il suo dietrofront finale davanti al Demone sia da imputare a vigliaccheria. Forse, invece, ci vuole un bel po’ di coraggio per rinunciare a un bellissimo sogno che diventa realtà (specie, aggiungo, quando cominci a dimagrire, meraviglia delle meraviglie!). Però anche lei ha qualcosa che non va: insomma, le due protagoniste femminili sono praticamente schiave dei loro sensi, le gambe cedono e il ventre si scioglie di fronte all’uomo bellissimo e perfetto. Ma le donne non sono così, è una visione un po’ maschilista. Meglio la donna che si vendica uccidendo l’oggetto del proprio amore e straziando anche il suo cuore: quella è una cosa da donne.
Immagino che “Chris” sia un omaggio a King. Un altro difetto dello stile del libro è che è troppo influenzato, in alcuni punti, come nel caso della voce nella testa, ma non solo, da King. Naturalmente è una cosa scusabile in un’esordiente che ha un “mito” letterario, ma penso che ci si debba necessariamente scostare dal modello e trovare una propria strada, altrimenti non si sarà mai uno scrittore, una scrittrice.
E poi perché tutte le ragazzine sono a tal punto lontane dal mondo dei grandi e lo disprezzano? Va bene la normale carica di ribellione adolescenziale, ma le adolescenti che conosco io non sono per niente così, dalla Puglia, mia terra d’origine, alla Valcamonica, dove insegno.
Il finale, a mio parere, è troppo lungo, inutilmente trascinato.
Per finire coi difetti (o almeno con quelli che io ritengo tali) devo dire che di dottrina ce n’è, ma spesso è anche troppa. Troppe citazioni musicali e letterarie, troppe spiegazioni, a volte affastellate. Il romanzo è corto, tutta questa roba ci poteva tranquillamente entrare in un libro di cinquecento pagine.
Ma, direte, ha solo difetti questo libro, alla fine? No: gli ho dato tre stelle su cinque, un buon punteggio per un romanzo contemporaneo scritto in uno stile che non incontra il mio gusto.
A me il Giappone piace molto: ho smesso di comprare manga appena prima che uscisse Inuyasha, e quello me lo sono perso, ma ho tutto della Takahashi e l’adoro, è la mia mangaka preferita insieme a Ryoko Ikeda. Anche se non conosco il mondo delle fan fiction perché a me le produzioni collaterali non interessano (come, per esempio, non mi interessano i fumetti sulla Torre. A me interessa ciò che scrive King e solo quello). Conosco abbastanza di lingua e cultura giapponese da non aver mai avuto difficoltà nel comprendere il testo e mai dubbi; l’ambientazione è molto efficace e alcuni passaggi sono molto ben fatti; il personaggio di Masada e quello di Sasaki sono i meglio caratterizzati, pur non avendo molto spazio nella storia.
La storia non è banale: è pur vero che l’autore che entra nel mondo fantastico o il mondo fantastico che invade quello reale sono praticamente quasi degli archetipi letterari, ma è anche vero che se uno sa rielaborare un vecchio tema (vedi “la bambina che si perde nel bosco” di King) è sempre una buona cosa, anche perché io penso che gli autori contemporanei, nel tentativo di fare cose originali, spesso arrivino a risultati assurdi. La curiosità di vedere dove andava a parare la storia c’è stata, ed è un punto a favore del libro. Alcuni sviluppi erano anche prevedibili, altri mi hanno colta di sorpresa. Ho anche apprezzato particolarmente alcune brevi riflessioni sugli errori irreparabili, sul dominio della passione e sul desiderio come motore delle azioni umane: mi ci sono ritrovata.
Insomma, un romanzo anche godibile, se non si è totalmente a digiuno di cultura giapponese. Lontanissimo dalle mie corde e da quello che cerco personalmente in un romanzo, in ogni caso.

 Per tutte le informazioni del caso, comunque, si può consultare il blog dell’Autrice.

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