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La mistificazione non va in vacanza :'(

Mi viene segnalato che il mio vecchio amico R. Bui, già ospite di questo spazio l’anno scorso in seguito alla sua epifania su aNobii, ha scritto oggi un piccolo post in un thread in cui si discute (ma discussione, ahimè, non è proprio il termine più adatto per descrivere ciò che avviene in quel luogo) della sua traduzione al libro di King, quanto segue:

L’anno scorso ho “osato” dire che non mi convinceva la traduzione di “I will holler you home” (ultima frase di Lisey’s Story) con “Ti chiamerò a casa”, e da lì è partita una grottesca guerricciola, con commenti di anonimi e non su Anobii e su vari blog, insulti etc.

(per la cronaca: ho bisogno che qualcuno me lo segnali perché quel gruppo non è il vecchio gruppo di King, ma il risultato di una novella secessione sull’Aventino, e io ovviamente sono “malvenuta”, come tutte le persone con le quali non si è capaci di sostenere una conversazione-ops-discussione). Sono stata presa da un’ondata di indignazione…e se vi state domandando se per caso io abbia una grossa grossa coda di paglia, ebbene sì! è ovvo che io l’abbia, dato che tra coloro che hanno risposto  alla faccenda del “ti chiamerò a casa” c’ero anch’io. E tra coloro che hanno deplorato la mancanza di tatto e deontologia  professionale nel criticare pubblicamente il lavoro di un collega c’ero ancora anch’io. Anzi posso dire che man mano che aumenta la mia esperienza nel campo del lavoro sono sempre più convinta delle mie ragioni.

E ora costui si permette di parlare di me (obietterete: ma non ha citato il tuo nome/nickname! verissimo, e quindi ancora peggio. Se ha qualcosa da dire lo dica decentemente, altrimenti mi ritengo – a buon diritto e quasi orgogliosamente, casomai me ne fregasse qualcosa – inclusa, dato che lo ero) in questi termini! Innanzitutto io non ho insultato nessuno (i link alle discussioni sono nei post dedicati), ho semmai commentato (dalla frase di Bui sembra che i “commenti” siano illeciti) cercando un confronto; il problema è che certe persone prendono come affronti personali qualsiasi critica, perché si sentono esenti da critiche, o almeno da certe critiche (e poi il signore fu il primo a criticare, ma come si dice? ognun dal proprio cuor l’altrui misura). Questo è, quanto meno, ciò che è emerso (e uso il passato prossimo consapevolmente, per un evento ormai chiuso, dato che in tutta evidenza  gli effetti persistono ancora nel presente) da questo post. Inoltre sentirsi dare dell’anonimo (potenziale) da uno che non interagisce neanche col suo nome e che non ci mette la faccia è veramente una cosa stravagante (se state obiettando che non ce la metto neppure io, devo avvertirvi che ce l’avevo fino a un mesetto fa, quando ho ritenuto di aver stancato a sufficienza e ho preferito temporaneamente  Dickens♥). Insomma: alterazione della verità, né più né meno, stile che può andar bene per fans, compagni e accoliti, ma non per me.

Avrebbe ben potuto rispondere alla domanda solo con l’ultima parte del post, avrebbe potuto rispondere “non parlo delle precedenti traduzioni perché non mi interessano”, ma no…ha dovuto rimarcare l’evento in cui è stato trattato tanto tanto male da noi cattivi cattivi…e pensare che qualche anno più di me, che pure ne ho quasi 34, dovrebbe avercelo.

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Calvino – Perché leggere i classici 2/14

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

Infatti le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine. C’è una particolare forza dell’opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne allora sarà:

Questo discorso mi fa venire in mente in particolar modo due romanzi: Madame Bovary e Anna Karenina. Sebbene siano romanzi con profonde differenze, tutti e due hanno al centro la figura di una donna che ha una relazione extraconiugale. Ho letto il romanzo di Flaubert  in piena adolescenza, quello di Tolstoj provai a leggerlo pressappoco nello stesso periodo, poi lo abbandonai e lo ripresi due anni fa, portandone a termine la lettura con successo e soddisfazione (perché è una lettura bellissima). Però quand’ero ragazzina queste due figure di donne non riuscivo a capirle, (motivo per il quale abbandonai Anna Karenina); si pensa che gli adolescenti, con la loro fisiologica carica di ribellione contro tutto ciò che sa di costituito, col loro disprezzo verso le convenzioni sociali, col loro desiderio di svecchiamento delle forme del vivere, etc., possano essere più portati a capire una donna che tradisce un marito freddo e inespressivo oppure inetto e banale (specie considerando che i matrimoni di quelle epoche non erano certo puri matrimoni d’amore), perché presa da sogni romantici e da passione amorosa indomabile. Invece ho spesso notato come, nonostante tutto, gli adolescenti siano piuttosto chiusi da questo punto di vista e tendano a censurare comportamenti di questo tipo, magari non esplicitamente. Devo ammettere che anch’io, ripensando dopo molto tempo alle sensazioni che avevo avuto leggendo Madame Bovary e soprattutto Anna Karenina (per via della lettura ripetuta in età diverse), la pensavo più o meno nello stesso modo (non ricordo quanto esplicitamente o in quale grado). Solo da grande sono stata in grado, arricchita da esperienze di vita mie e altrui e da una maggiore conoscenza del mondo, di valutare queste figure di donne con occhi diversi e minore “idealismo”. Rileggere questi due libri in età più matura, e quindi dotata di un bagaglio decisamente più ricco di esperienze e di una gamma di sentimenti più varia, è stato fruttuoso, perché mi ha permesso di capire, se non di giustificare (questo dipende, credo, dalle convinzioni personali) un agire che avevo censurato durante l’adolescenza perché mi provocava vero e proprio fastidio.

Inoltre è vero che certi schemi, certi paradigmi, certi modelli di pensiero, una volta penetrati in profondità nell’anima pienamente ricettiva di chi si accosta alla lettura con passione, non vengono più dimenticati, eliminati, scardinati, se non da esperienze analoghe ma, in qualche modo, “superiori”. Se ripenso a tutti quei momenti di pura bellezza che alcuni libri mi hanno regalato (facciamo un esempio – so di essere sfiancante – con IT di Stephen King), ancora il mio animo è capace di esultare e di essere inondato dalla bellezza e dalla poesia dopo quasi 20 anni dalla lettura.

In conclusione: perché preferire un classico – un classico qualsiasi – a un Follett o un Faletti, o anche a un Deaver (su livelli decisamente più alti dei due precedenti)? Perché il primo classico non si scorda mai; e neanche il millesimo.

 

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Contro le proscrizioni dei libri!

Una serie di link che descrivono la situazione:

Quaderno di un bibliotecario

Wu Ming Foundation/Giap

Carmillaonline

Lipperatura

Sono tutti siti/blog che hanno un grande seguito, per cui il mio contributo non potrà che essere modesto, e tuttavia, come mi ha scritto proprio ieri Piotta, bisogna far le cose anche solo per salvaguardare la propria coscienza.

Sono senza parole: proibire alle biblioteche pubbliche di esporre dei libri? E’ una cosa inconcepibile. Sono stata educata ad accettare che gli altri esprimano la loro opinione in piena libertà, anche quando dicono cose sulle quali non sono d’accordo, anche quando – mi si perdoni il termine – ritengo che sparino soltanto stronzate senza capo né coda. Non sempre questo modo di fare viene applicato a me, ma questa mi sembra un’ottima ragione perché io stesso lo applichi, invece, sempre.

E, allo stesso modo, proprio il fatto che io abbia contestato qualcosa di scritto da Wu Ming su Giap (vedi post) o il fatto che non abbia gradito certi atteggiamenti di Bui sul topic del gruppo di King, e ancor meno gradisca la teoria di allusioni poco gentili e a volte veri e propri insulti che ho subìto dai suoi sostenitori per il solo fatto di aver detto quello che pensavo (non è permesso); proprio per il fatto che io credo che l’appello pro Battisti, che ha dato origine alla scemenza, sia una scemenza a sua volta; proprio perché io, insomma, con alcuni di costoro sono in disaccordo pressoché perenne, a maggior ragione sono assolutamente contraria a una rimozione dei loro libri dagli scaffali. Le biblioteche sono pubbliche, e il pubblico può e deve contemplare le voci di tutti. Se Mondadori ed Einaudi ci tenessero a farle tacere, sarebbero liberissimi di non pubblicarle, giacché sono aziende private, ma un’istituzione pubblica ha il dovere di rendere accessibile tutto a tutti.

A Speranzon direi, se potessi, che se ho bisogno di contestare le affermazioni di qualcuno perché ritengo di essere nel giusto, non ho certo bisogno di nasconderle, anzi, le cito e poi eventualmente le smonto con argomentazioni che ritengo valide; proibirle è un segno di paura e di consapevolezza di non poterle controbattere se non eliminandole. Inoltre Speranzon non è abbastanza furbo, evidentemente, da sapere – anche se è una considerazione di livello veramente elementare – che questa proibizione non fa altro che rivestire di una patina di suadente martirio e santità i libri che egli vorrebbe eliminare, pertanto è anche una mossa politicamente stupida.

Questa “indicazione” di Speranzon (poco importa da chi sia nata e chi l’abbia veicolata) offende non solo la libertà (la libertà, prima che un diritto, è un dovere, scriveva l’ottima Fallaci), ma anche il buon senso e l’intelligenza dei cittadini.

 

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Bilancio letture 2010

Non si smette mai di leggere

Primo giorno dell’anno (auguri a tutti!), tempo di bilanci di lettura. Ho letto considerevolmente di più nell’appena concluso 2010, non solo in numero di libri (68 contro i 42 dello scorso anno, ma con una media pagine più bassa) ma anche di pagine (oltre 21500, cioè quasi 5000 in più del 2009; e questo considerando che dalla metà di novembre praticamente non ho più letto, se non il nuovo di King e il mio primo Dick. Solo nell’ultima settimana di Dicembre mi sono un po’ data alla lettura finendo i libri in sospeso di novembre.

Che dire?avrà giocato il tempo relativamente abbondante a disposizione (io non sono una persona che legge ovunque, magari una manciata di righe o due-tre pagine alla volta; invidio molto chi ci riesce, ma non fa per me), la frequentazione del forum, le sfide (per esempio quella dell’alfabeto, che comunque non sarei propensa a riprendere). Insomma, un gran bell’anno, anche se, rivedendo il mio diario, devo dire che ho letto un gran numero di libri belli nel complesso ma pochi veramente folgoranti. La scoperta più importante del 2010 è stata quella di Henry James, credo, di cui ho un altro libro pronto da sfogliare.  A Natale poi ho ricevuto il desideratissimo Drood, che aveva recensito un’utente del forum Libridine e che mi aveva particolarmente incuriosito in quanto uno dei due protagonisti è Dickens, al quale devo una delle letture più brillanti e divertenti del 2010, Il circolo Pickwick. Uno dei libri più belli, non solo dell’anno trascorso, ma di tutta la mia vita di lettrice è stato sicuramente il già citato Storie infinite, regalo di Maria Pia (ma poteva essere altrimenti?). Non posso che consigliarlo a tutti coloro che sono capaci di comprenderlo.

Propositi per il 2011? Innanzitutto trovare il tempo per leggere! La mia nuova supplenza è molto impegnativa e tra il lavoro e la casa e la necessaria attenzione alla famiglia di tempo me ne resta ben poco e di solito lo passo al pc, proprio perché, come dicevo, non riesco a leggere  a spizzichi e a mozzichi.

Altro proposito è quello di cercare di smaltire un po’ di lista d’attesa che ho accumulato senza neanche rendermene ben conto! A parte i classici che ho in lista (per esempio ho preso un libro della Woolf per “provarla”) penso che quest’anno sarà all’insegna della fantascienza, sperando di trovare abbastanza letture di un livello che giudico degno. Mi ha molto colpito il libro di Dick, e voglio leggere altro di lui. Poi penso che sarà la volta di Asimov, almeno per provarlo, anche se ho qualche perplessità. E poi chiederò consiglio a chi ne capisce e ne sa più di me (anche se una persona che ne capisca più di me e che abbia più o meno i miei stessi gusti stilistici ammetto di non conoscerla ancora…). Ultimo proposito è quello di dedicarmi a sentieri poco battuti, grazie ai consigli di Ian Delacroix, e di leggere qualcosa in inglese.

Naturalmente tutto ciò a patto che Mario mi lasci libera dalle sue pressanti attenzioni ♥

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Perché leggere i classici/1 di 14

E’ noto che Calvino scrisse a proposito dell’opportunità di leggere i classici. C’è chi infarcisce il proprio blog di idee altrui, citandole a sostegno delle proprie (ove ce ne siano), in quasi ogni post e io non vorrei fare la stessa figura, ma, d’altra parte, è noto da tempo che sono innamorata di Calvino e che prediligo i classici, quindi in questo caso le parole del buon Italo vengono semmai solo a confermare le mie idee (nonché ad esprimerle in modo infinitamente migliore). Recentemente qualcuno mi ha accusato di avere gusti “ammuffiti”, e questo, ben lungi dall’essere un insulto (come nelle idiotissime intenzioni di chi l’ha scagliato – cogliendo il vuoto, dato che è ritornato al mittente), è invece uno dei più grandi complimenti che mi si possano rivolgere. Ho sempre riflettuto sulle motivazioni che mi spingono a preferire i classici, ed è bene chiarire che, almeno in parte, queste sono da ricercare in quel velo di snobismo che sedimenta inevitabilmente nel cuore di ogni classicista che abbia un minimo di coscienza di sé, dei suoi studi, dei suoi gusti.  😀

Ma ci sono anche dei motivi oggettivi, che naturalmente sono preponderanti, più alti in termini di qualità e più numerosi in termini di quantità. Ed è così che sono andata a rivedermi le parole di Calvino, lette con una certa superficialità tempo fa. Adesso, dunque, mi va di rifletterci sopra punto per punto (magari con esempi di letture personali), da un lato perché mi fa semplicemente piacere, dall’altro per dimostrare che quando ho una posizione su qualcosa sono  in grado di argomentarla, a differenza di altri.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito:  «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…»

Questo avviene almeno tra quelle persone che si suppongono «di vaste letture»; non vale per la gioventù, età in cui l’incontro col mondo, e coi classici come parte del mondo, vale proprio in quanto primo incontro.

Il prefisso iterativo davanti al verbo «leggere» può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture «di formazione» d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto.

Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E Saint-Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i grandi cicli romanzeschi dell’Ottocento sono più nominati che letti. Balzac in Francia si comincia a leggerlo a scuola, e dal numero delle edizioni in circolazione si direbbe che si continua a leggerlo anche dopo. Ma in Italia se si facesse un sondaggio Doxa temo che Balzac risulterebbe agli ultimi posti. Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s’incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza. Anni fa Michel Butor, insegnando in America, stanco di sentirsi chiedere di Emile Zola che non aveva mai letto, si decise a leggere tutto il ciclo dei Rougon-Macquart. Scoperse che era tutto diverso da come credeva: una favolosa genealogia mitologica e cosmogonica, che descrisse in un bellissimo saggio.

Questo per dire che il leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello d’averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come a ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più. Possiamo tentare allora quest’altra formula di definizione: (CONTINUA)

Io mi considero ancora nella gioventù 😀 nonostante il mio mestiere e la mia predilezione per i classici, me ne resta ancora un numero spaventoso da leggere, per il buon motivo che sono veramente tanti e che, secondo me, un classico merita una lettura “degustativa” e non un approccio da fast food (da riservare alla maggior parte dei libri contemporanei), e pertanto anche un tempo relativamente maggiore per leggerlo.

Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s’incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza.” Questo punto mi ha fatto veramente sorridere, almeno prima di rendermi conto che di appassionati di Dickens l’Italia ne conta veramente pochi: tutt’al più si legge Canto di Natale (specie nell’ultimo anno, dopo il lancio del film animato – che tuttavia ha il pregio di essere veramente ben fatto) e Oliver Twist (bello, ma di sicuro il meno bello e il più debole tra quelli letti finora). Già David Copperfield risulta essere indigesto, perché ha troppe pagine (neanche fossero tutte bollette da pagare) e perché, a detta di alcuni “lettori” aNobiiani, ha uno stile pesante. Io non metto in dubbio che D.C. possa non piacere, ma finché si rimane dell’incerto campo del “mi piace/non mi piace” è tutto perfetto; se invece si sconfina in un parametro oggettivamente valutabile come lo stile, beh! è inaccettabile dire che è pesante perché, oggettivamente, non lo è (facevo qualche giorno fa lo stesso discorso per I Malavoglia, libro che ha una pessima fama di pallosità e pesantezza, ma che in realtà è scritto più lievemente di Dumas, alle volte! Certo, se si leggono Meyer e Faletti è possibilissimo che lo stile risulti pesante). È vero, dunque, che noi dickensiani siamo una ristretta élite, e mi dispiace molto per coloro che non ne fanno parte: anche solo parlando dei membri del circolo Pickwick o del signor Micawber la vita si alleggerirebbe tantissimo, condita da risate sane e sincere.

La tesi si conclude con la constatazione della diversa qualità del piacere ricevuto leggendo un certo libro in gioventù o in età adulta, ma, poiché il ragionamento cominciato qui matura e si conclude nella seconda tesi, ne parlerò con quella la prossima volta.

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Il senso dei traduttori per la traduzione.

Ormai ci siamo: il mese prossimo uscirà il nuovo libro di King, Full dark, no stars, che un’inesplicabile volontà masochista ha scelto di tradurre Notte buia, niente stelle (di che ti lamenti? diranno i lettori: è la traduzione letterale! ebbene, le traduzioni letterali sono delle boiate quando risultano brutte come in questo caso. E’ come se avessero pubblicato un libro intitolato “La luccicanza”; perché non lasciarlo in lingua originale?).

Dopo il trauma patito per la sostituzione di Dobner di cui ho fatto menzione all’apertura di questo blog, ho avuto il piacere (?) di leggere altre dichiarazioni fatte dal signor traduttore Roberto Bui sul suo/loro blog. Non ho la forza di mettere un link, stavolta, perché, per assurdo che sia, non desidero che il mio blog compaia nei loro link. Ho una reputazione, io, che credete? xD

Pertanto mi limiterò a citare le sue parole, la cui esattezza può essere verificata senza particolari difficoltà sul blog. L’articolo riguarda appunto il lavoro di traduzione del nuovo King in uscita e più specificamente mette l’accento sull’ “intraducibilità” di King (ho conservato le virgolette), sulle colluttazioni e scaramucce, che intendo in senso metaforico riferite alla traduzione, anticipa l’esistenza di appunti e aneddoti di traduzione, e infine con pathos sottolineato dall’uso del corsivo descrive la sua necessaria negoziazione con l’operato di Dobner, che per tanti anni è stato la “voce” di King. Per concludere promette di deliziare i lettori col racconto del sudore che la sua fronte ha stillato nel tradurre King (questa frase è una mia interpretazione in soldoni degli accenti di commozione profusi a piena tastiera dall’Autore).

Da questo articolo sembra proprio che si sia sottoposto ad una fatica erculea, e, come mi scrisse un’anima pia qualche giorno fa, bisogna “notare come nessunissimo traduttore kinghiano si sia tirato le seghe in diretta sulla sua inenarrabile responsabilità”. Se è per questo, cara amica, nessunissimo traduttore, né kinghiano né di altro “tipo”.

 

Leggere su aNobii che esiste qualcuno che comprerà di nuovo King ora che è tradotto da Bui ha dato il colpo di grazia alla mia speranza nell’esistenza della logica nel comportamento umano.

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Dalla ricerca di Dio al tentativo di evitarlo

Ho letto due libri molto interessanti negli ultimi giorni: La teoria del tutto di Stephen Hawking e Costruire la macchina del tempo di John Gribbin. Inoltre sto leggendo (con esasperante lentezza) Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche.

Di Zarathustra ho letto poche pagine, ma ho subito trovato una frase che esprime quello che credo sia uno dei concetti principali dell’opera:

Io vi scongiuro, fratelli miei, restate fedeli alla terra  e non prestate fede a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene! Sono avvelenatori, lo sappiano o no (pag. 31 ed. Newton Compton)
Fedeli alla terra e lontani dai miraggi ultraterreni, cioè dalle religioni e da qualsiasi forma di pensiero trascendente che ignori il corpo, la materia. Dovremmo, pertanto, fuggire l’idea di Dio, in special modo di un Dio nella forma che solitamente si assegna alle divinità, con tutte le caratteristiche di incorruttibilità ed eternità e onnipotenza che porta con sé da sempre, parallelamente alla nascita dell’uomo.
Anche nei due libri scientifici che ho citato è presente la stessa idea, soprattutto nel libro di Hawking (quello di Gribbin ha un altro scopo rispetto a quello di descrivere teorie cosmogoniche e cosmologiche, sebbene le includa comunque). Non so se avete presente chi sia Stephen Hawking: è senz’altro il fisico più famoso e più autorevole. Naturalmente è molto famoso anche per la sua infermità, che lo costringe all’immobilità pressoché totale, e alla comunicazione attraverso un sintetizzatore.

Stephen Hawking

Dico che è famoso anche per la sua infermità perché, innegabilmente, ci sono molti altri fisici bravissimi ma sconosciuti, o ancora conosciuti col loro nome (come Roger Penrose) ma non col loro aspetto. Il ragionamento qualunquista secondo il quale il destino (o Dio) ha tolto ad Hawking una vita normale ma gli ha donato un cervello impareggiabile è dunque falsa; Einstein non aveva un aspetto particolarmente orribile!

Cos’è arrivato, per dirla proprio con Hawking, all’ “uomo della strada” relativamente alla nascita dell’Universo? Tutti sanno che la teoria prevalente sulla nascita dell’Universo è quella del Big Bang, cioè la grand esplosione che ha dato origine all’Universo. Le  teorie, però, portano (sia dal punto di vista matematico che basandosi sull’osservazione) verso la cosiddetta singolarità, che, dal punto di vista della fisica è un punto infinitamente denso, in cui cioè l’attrazione gravitazionale tende all’infinito, e in cui il tempo non esiste. Capirete bene che se l’Universo è nato da una singolarità, che è una realtà fisica e matematica provata, la faccenda diventa imbarazzante perché, lungi dall’eliminare la figura di Dio (qualunque cosa significhi, non parlo di un Dio in particolare)  porta invece dritti dritti in quella direzione. Immagino che Margherita Hack abbia avuto le convulsioni di fronte ad una simile possibilità.

Cos’è successo poi? Per evitare la singolarità si sono cercate teorie alternative. Ora non voglio né posso entrare nel dettaglio (in fisica e matematica sono una schiappa tendente ad infinto), ma è assolutamente assurda la motivazione per cui sono nate queste teorie…cioè per evitare una conclusione che è in accordo sia con le osservazioni dell’Universo sia con la teoria che descrive in maniera precisa l’Universo, ossia la teoria generale della relatività di Einstein, sopravvissuta a tutte le verifiche dopo quasi 100 anni. E così sono nate le bolle, le stringhe e Dio solo sa cos’altro. Per ammissione dello stesso Hawking sono teorie che presentano molti più problemi rispetto a quella del Big Bang con singolarità inziale (che non ne presenta nessuna tranne quella di essere inaccettabile per gli atei). Pensano forse che scoprire che l’Universo ha avuto origine da una singolarità che potremmo chiamare Dio ci renderà tutti dei fanatici religiosi? Non capisco. Come dicevo nel mio commento su aNobii io pretendo che la scienza dia la migliore risposta possibile, basata su nient’altro che sull’osservazione e sul metodo scientifico, non certo su quello che gli uomini vorrebbero trovare dietro l’angolo! Con questo non voglio dire che le teorie siano delle sciocchezze a priori: ma mi sembra assurdo dover introdurre, ad esempio, nei calcoli, una costante altrimenti inesistente e inosservabile solo per far quadrare la teoria! Lo fece Einstein introducendo la costante cosmologica perché i calcoli dessero come risultato un Universo stabile (ecco un chiaro esempio di vizio “religioso”) quando le evidenze dimostravano tutte che esso doveva essere in espansione (o in contrazione): però Einstein ammise l’errore e dichiarò che era stato il più grande errore della sua vita.

Annotazione: non voglio difendere il creazionismo: non m’interessa assolutamente. Non voglio neanche combatterlo a priori, però. Consiglio a tutti di provare a leggere qualche libro “universale”: ci sono poche materie così affascinanti come questa!

Un lontanissmo quasar

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