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Like/unlike Italy

Ormai da molti anni sono circondata da lamentele costanti da parte di tutti (ma proprio tutti, persino gente che si fregia del titolo di mio amico/a xD) a proposito dell’Italia. Riassumendo:

– Il nostro Paese fa più schifo di tutti gli altri. In tutto. E cioè:

– solo la nostra classe politica è corrotta, in tutto il mondo. Ah, e fanno la fame…

– negli altri Paesi non ci sono problemi, se ci sono vengono risolti all’istate; l’erba è verde, il cielo è blu, la gente è buona e di mattina tutti fanno colazione come nella casa del Mulino Bianco.

E’ una semplificazione estrema che vorrebbe riassumere (sarebbe carino raccoglierle,  ma proprio mi manca l’energia) tutte le mille e spesso fantasiose e ridicole declinazioni che l’eterna lamentela dell’italiano (e mi piacerebbe poter dire “medio”) partorisce con inesauribile energia. Ogni volta che le sento io divento insofferente e m’incazzo. E allora, qualcuno mi ha domandato, quest’Italia ti piace?

No, questa Italia non mi piace del tutto, ma credo che il mio atteggiamento sia un bel po’ diverso da quello che accomuna gli eterni finto-rabbiosi lamentosi e rompicoglioni (scusate il francesismo…).

Cosa, dunque, non mi piace dell’Italia? C’è più di una cosa che non suscita il mio apprezzamento, eppure pensandoci vanno tutte a braccetto (o quasi). Prendiamo la politica: il cittadino (o suddito) che si lamenta della sua classe politica è una cosa vecchia quanto il mondo, e ovviamente così dev’essere (ci mancherebbe). Ma in Italia molte persone aspettano dalla politica risposte che non possono, con la migliore buona volontà, attendersi. L’italiano vede la classe politica come un corpo separato dalla società, mentre a mio parere l’unica cosa che separa un parlamentare dal mio vicino di casa è, probabilmente, il conto in banca. Invece di riflettere sul fatto che la classe politica è, giocoforza, lo specchio della società da cui essa è tratta, si preferisce guardare ai politici come ad una specie di setta (anzi, la casta!)  che si autoalimenta e che, chissà come, accoglie solo delinquenti e balordi (o forse qualcuno immagina che facciano una scuola apposita!). E’ così chiaro, così evidente che abbiamo i politici che “ci meritiamo”!

E non mi piace questa concezione che “libertà” significhi fare o dire esattamente tutto quello che ci passa per la testa, compresi insulti velati o espliciti. Non mi piace che sulla rete si possa impunemente scrivere che la tal dei tali è una (…… – riempite voi con uno dei sinonimi che preferite), non mi piace che per scagliarsi contro un politico o un giornalista ci si debba svilire fino al punto di insultarli fisicamente. Per esempio “ciccione” a Giuliano Ferrara o il famoso “nano” a Berlusconi, o tutte le cose che girano su Brunetta. Ma dove siamo finiti? Siamo regrediti paurosamente. I ciccioni e i nani (quelli veri) sono persone affette da condizioni patologiche importanti, non gente da sfottere. Ma che schifo. Che schifo! A parte che ho sempre pensato che tutta la gente che usa questi epiteti in realtà non abbia altri argomenti oltre l’insulto di bassissima lega. E sarebbe questa la gente che aspira ad una politica migliore? Con quale diritto? Quello dell’esasperazione? Ma fatemi il piacere, neanche fossimo il popolo di Parigi del 1789.  A questa gente io non do credito alcuno, mi sembra che non esprimano altro che cose peggiori di quello che condannano, e sempre si torna allo stesso concetto che mi è caro, quello dell’impegno personale di ciascuno, o perlomeno di tutti costoro che si definiscono boni homines (milioni a quanto pare), ma la cui bontà si limita, del tutto evidentemente, alle parole (e agli insulti).

Non mi piace questo disprezzo verso il proprio Paese che va perfettamente a braccetto con tutto quanto detto sopra, che fa schierare le persone con i governanti degli altri Paesi quando sfottono, del tutto inopinatamente, l’Italia, ridendo in maniera nient’affatto consona alla carica che ricoprono. Gli Italiani sono pronti a condannare le incongruenze di Berlusconi, ma se Sarkozy e la Merkel fanno altrettanto, si schierano con loro non accorgendosi della loro incoerenza. A parte l’ovvia considerazione che almeno la Francia ha BEN POCO DA RIDERE in questo frangente. Io mi sento liberissima di criticare il mio Governo, ma di fronte a critiche esterne ritengo di dover far quadrato con esso, pur mantendo una posizione critica (non sono cose incompatibili, miei cari schematici amici).  Questi sarebbero i buoni governanti migliori dei nostri? Bah.

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La mistificazione non va in vacanza :'(

Mi viene segnalato che il mio vecchio amico R. Bui, già ospite di questo spazio l’anno scorso in seguito alla sua epifania su aNobii, ha scritto oggi un piccolo post in un thread in cui si discute (ma discussione, ahimè, non è proprio il termine più adatto per descrivere ciò che avviene in quel luogo) della sua traduzione al libro di King, quanto segue:

L’anno scorso ho “osato” dire che non mi convinceva la traduzione di “I will holler you home” (ultima frase di Lisey’s Story) con “Ti chiamerò a casa”, e da lì è partita una grottesca guerricciola, con commenti di anonimi e non su Anobii e su vari blog, insulti etc.

(per la cronaca: ho bisogno che qualcuno me lo segnali perché quel gruppo non è il vecchio gruppo di King, ma il risultato di una novella secessione sull’Aventino, e io ovviamente sono “malvenuta”, come tutte le persone con le quali non si è capaci di sostenere una conversazione-ops-discussione). Sono stata presa da un’ondata di indignazione…e se vi state domandando se per caso io abbia una grossa grossa coda di paglia, ebbene sì! è ovvo che io l’abbia, dato che tra coloro che hanno risposto  alla faccenda del “ti chiamerò a casa” c’ero anch’io. E tra coloro che hanno deplorato la mancanza di tatto e deontologia  professionale nel criticare pubblicamente il lavoro di un collega c’ero ancora anch’io. Anzi posso dire che man mano che aumenta la mia esperienza nel campo del lavoro sono sempre più convinta delle mie ragioni.

E ora costui si permette di parlare di me (obietterete: ma non ha citato il tuo nome/nickname! verissimo, e quindi ancora peggio. Se ha qualcosa da dire lo dica decentemente, altrimenti mi ritengo – a buon diritto e quasi orgogliosamente, casomai me ne fregasse qualcosa – inclusa, dato che lo ero) in questi termini! Innanzitutto io non ho insultato nessuno (i link alle discussioni sono nei post dedicati), ho semmai commentato (dalla frase di Bui sembra che i “commenti” siano illeciti) cercando un confronto; il problema è che certe persone prendono come affronti personali qualsiasi critica, perché si sentono esenti da critiche, o almeno da certe critiche (e poi il signore fu il primo a criticare, ma come si dice? ognun dal proprio cuor l’altrui misura). Questo è, quanto meno, ciò che è emerso (e uso il passato prossimo consapevolmente, per un evento ormai chiuso, dato che in tutta evidenza  gli effetti persistono ancora nel presente) da questo post. Inoltre sentirsi dare dell’anonimo (potenziale) da uno che non interagisce neanche col suo nome e che non ci mette la faccia è veramente una cosa stravagante (se state obiettando che non ce la metto neppure io, devo avvertirvi che ce l’avevo fino a un mesetto fa, quando ho ritenuto di aver stancato a sufficienza e ho preferito temporaneamente  Dickens♥). Insomma: alterazione della verità, né più né meno, stile che può andar bene per fans, compagni e accoliti, ma non per me.

Avrebbe ben potuto rispondere alla domanda solo con l’ultima parte del post, avrebbe potuto rispondere “non parlo delle precedenti traduzioni perché non mi interessano”, ma no…ha dovuto rimarcare l’evento in cui è stato trattato tanto tanto male da noi cattivi cattivi…e pensare che qualche anno più di me, che pure ne ho quasi 34, dovrebbe avercelo.

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13 febbraio

Alcune delle mie alunne hanno partecipato alla manifestazione del 13 febbraio, e inevitabilmente si è parlato della mia partecipazione. Ovviamente io non sono scesa in piazza, e mi sembra utile fare una riflessione con me stessa – soprattutto – per spiegare i motivi di questa scelta. L’avverbio “ovviamente” è risultato di una mia tendenza personale: non mi piacciono fisicamente i cortei, mi trasmettono un senso di pericolo, fastidio e confusione. Detesto le folle  anche perché spesso mi fanno star male (non so come si chiami questo disturbo: pensando all’etimologia, potrebbe essere demofobia o oclofobia) e solo un interesse estetico veramente superiore mi permette di sopportarle (per esempio, quando entro in San Pietro la folla non mi è certo indifferente, ma la sublime bellezza di quel luogo riesce a distogliermi quel tanto da riuscire a non svenire).

Inoltre io non ho mai partecipato ad una manifestazione politica e non ho intenzione di farlo, a meno che si tratti di situazioni veramente gravi. E a chi obietta che questa non è una manifestazione politica e che la situazione è grave, posso rispondere soltanto che io la vedo in maniera diversa, e che il mio punto di vista è del tutto legittimo, anche se i fautori del nuovo illuminismo e dell’isegorìa pensano che la loro opinione sia l’unica giusta e degna di considerazione (ottimo atteggiamento).

In terzo luogo sorgono diverse considerazioni sulla questione della donna, del suo corpo e del suo sfruttamento, nonché della tendenza delle persone a scendere in piazza. Quando si parla di Islam e della questione della donna islamica, per citare un esempio in cui questo discorso ha sempre un grande peso, ho sempre sostenuto che, anche se non mi piace la questione del velo o dell’abito sformato che deve nascondere il corpo e tutto il resto, non ritengo che il “modo occidentale” sia poi tanto migliore, perché ingabbia le donne in maniera subdola (non evidente come una costrizione o macroscopica come un sudario di quelli che certe donne islamiche portano) e perciò decisamente peggiore della prescrizione diretta; impone, senza dare l’impressione di imporli ma anzi battendo il tasto della scelta, modelli rigidissimi di comportamento e di immagine (che spesso si fondono). Pertanto io sono, almeno nelle linee essenziali, d’accordo con la questione di fondo.

Ma non sono d’accordo con alcuni dei corollari che ne scaturiscono, in particolare sulle questioni che hanno portato a questa mobilitazione femminile. Le donne implicate negli affari di Arcore, se questi affari si sono realmente svolti nelle modalità e nelle quantità descritte dai media (sempre fededegni, come si sa bene, quando conviene), non sono povere sventurate sfruttate, sono persone che hanno scelto consapevolmente di vendere se stesse in cambio di qualcos’altro , e che hanno tutto il diritto di farlo. Lo sfruttamento è un’altra cosa. Chi ha mai visto piazze che si riempiono per le clandestine tenute prigioniere dai loro lenoni, battute, costrette a stare sulla strada giorno e notte sui tacchi in piedi, sotto la pioggia e la neve, defraudate dei loro guadagni, a volte soggiogate dalle droghe, minacciate nei loro affetti? Chi le ha mai viste le persone scendere in piazza per costoro? O forse ora si sosterrà che non esistono?

(come, per esempio, italiani che si indignano e scendono in piazza per le vicende giudiziarie di Berlusconi, che riguardano soldi e donne;  ma chi ha mai sentito di gente che scende in piazza a migliaia quando un assassino viene rimesso in libertà, quando un mafioso stragista viene scarcerato perché i giudici in quattro anni non hanno depositato le motivazioni delle sentenze e altre amenità? Quello che emerge da questi quadretti è che rubare è più grave che uccidere – complimenti!

O ancora: studenti che protestano contro la riforma di scuola e università, e va benissimo; ma come mai nessuno ha mai protestato contro lo stato vergognoso in cui le università di trovano da decenni? E parlo di dipartimenti occupati da concubine, mogli, figli, cognati e agnati dei docenti…invece su cosa si appunta la protesta? Mancano i soldi, sì, i soldi per consentire di mantenere i suddetti e possibilmente infilarcene altri. Chi frequenta l’università sa bene che le cose stanno così eppure nessuno è mai sceso in piazza, e questo non è schifosamente ipocrita? O che nelle prime file della protesta ci fosse ovviamente il suddetto parentame, questo non è vergognoso, vero? Ma basta andare contro il Governo e le sue donnine prezzolate e la coscienza è posto).

Poi siamo passati dal veterofemminismo “il corpo è mio e lo gestisco io, anche se lo uso per far carriera nessuno mi deve giudicare” a questa ipocrita pagliacciata (e lo dico anche se ritengo che le donne che vi partecipano siano in gran parte in buona anzi ottima fede, e infatti non giudico loro ma l’ipocrita pagliacciata). Se una donna vuol difendere la propria dignità personale può farlo (e lo fa) ogni giorno, senza bisogno di scendere in piazza, con l’impegno e la coerenza, non con gli slogan “cogito ergo protesto” (diobuono!), senza partecipare a manifestazioni strumentalizzabili come quella del 13 febbraio. Il giusto mezzo tra il veterofemminismo becero e l’ipocrita pagliacciata di oggi esiste eccome, e sta in tutte quelle donne che ogni giorno protestano con la loro resistenza quotidiana nei confronti di un mondo di uomini che, mi spiace per le femministe postmoderne, non cambierà di certo perché loro protestano.

Il tanto vituperato caso Vespa-Avallone: la Murgia commenta che l’apprezzamento di Vespa svilisce le donne. Io sostengo che Vespa poteva certamente risparmiarsi l’apprezzamento, ma che se la Avallone avesse voluto farsi ricordare solo per la sua performance letteraria non si sarebbe messa un vestito con una scollatura simile. Ora immagino le reazioni indignate dell’ipocrisia dominante, e chiarisco che non sono assolutamente la persona che pensa che se una si mette una minigonna ascellare merita di essere stuprata. Anzi, viva le minigonne ascellari e le scollature abissali, per chi può permettersele (io no, tanto per essere chiara), e viva la libertà di indossarle quando più ci aggrada. Ma se scelgo di portare una scollatura lo faccio perché il mio seno sia notato, se scelgo di portare la minigonna lo faccio perché le mie gambe siano evidenti, apprezzate, desiderate, e perché io sia oggetto di ammirazione. Punto e basta: non esistono valori intrinseci in scelte simili. Allora un conto è lo sfruttamento dell’immagine femminile, del corpo della donna, un conto è la donna che, in quanto essere pensante, decide di sfruttare il suo corpo. Ma la possibilità di scelta, nonostante tutto, noi donne, qui, in Italia e in occidente in generale, almeno l’abbiamo, ed è molto di più di quanto possano dire centinaia di milioni di donne nel pianeta. Allora esercitiamo questo potere di scelta e combattiamo quando è il caso, ma, per favore, senza questa dannata ipocrisia e queste strumentalizzazioni.

Immagino che questa sia un’opinione controcorrente, ma come cantava Alberto Sordi: io sono salmone e non m’importa niente.

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Contro le proscrizioni dei libri!

Una serie di link che descrivono la situazione:

Quaderno di un bibliotecario

Wu Ming Foundation/Giap

Carmillaonline

Lipperatura

Sono tutti siti/blog che hanno un grande seguito, per cui il mio contributo non potrà che essere modesto, e tuttavia, come mi ha scritto proprio ieri Piotta, bisogna far le cose anche solo per salvaguardare la propria coscienza.

Sono senza parole: proibire alle biblioteche pubbliche di esporre dei libri? E’ una cosa inconcepibile. Sono stata educata ad accettare che gli altri esprimano la loro opinione in piena libertà, anche quando dicono cose sulle quali non sono d’accordo, anche quando – mi si perdoni il termine – ritengo che sparino soltanto stronzate senza capo né coda. Non sempre questo modo di fare viene applicato a me, ma questa mi sembra un’ottima ragione perché io stesso lo applichi, invece, sempre.

E, allo stesso modo, proprio il fatto che io abbia contestato qualcosa di scritto da Wu Ming su Giap (vedi post) o il fatto che non abbia gradito certi atteggiamenti di Bui sul topic del gruppo di King, e ancor meno gradisca la teoria di allusioni poco gentili e a volte veri e propri insulti che ho subìto dai suoi sostenitori per il solo fatto di aver detto quello che pensavo (non è permesso); proprio per il fatto che io credo che l’appello pro Battisti, che ha dato origine alla scemenza, sia una scemenza a sua volta; proprio perché io, insomma, con alcuni di costoro sono in disaccordo pressoché perenne, a maggior ragione sono assolutamente contraria a una rimozione dei loro libri dagli scaffali. Le biblioteche sono pubbliche, e il pubblico può e deve contemplare le voci di tutti. Se Mondadori ed Einaudi ci tenessero a farle tacere, sarebbero liberissimi di non pubblicarle, giacché sono aziende private, ma un’istituzione pubblica ha il dovere di rendere accessibile tutto a tutti.

A Speranzon direi, se potessi, che se ho bisogno di contestare le affermazioni di qualcuno perché ritengo di essere nel giusto, non ho certo bisogno di nasconderle, anzi, le cito e poi eventualmente le smonto con argomentazioni che ritengo valide; proibirle è un segno di paura e di consapevolezza di non poterle controbattere se non eliminandole. Inoltre Speranzon non è abbastanza furbo, evidentemente, da sapere – anche se è una considerazione di livello veramente elementare – che questa proibizione non fa altro che rivestire di una patina di suadente martirio e santità i libri che egli vorrebbe eliminare, pertanto è anche una mossa politicamente stupida.

Questa “indicazione” di Speranzon (poco importa da chi sia nata e chi l’abbia veicolata) offende non solo la libertà (la libertà, prima che un diritto, è un dovere, scriveva l’ottima Fallaci), ma anche il buon senso e l’intelligenza dei cittadini.

 

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“Sono soltanto il bassista”

Questa è una frase di John Deacon, il bassista dei Queen. John Deacon è sempre stato considerato il membro meno appariscente dei Queen ma di sicuro non il meno importante: infatti i Queen sono l’unione di quattro individualità irripetibili e se fosse toccato a John, Roger o Brian di morire per primi la band si sarebbe sciolta ugualmente com’è successo con la morte di Freddie. Ma John è l’autore di canzoni di primo piano nella produzione dei Queen, famose presso il grande pubblico (I want to break free) o anche solo per i fans (pensiamo alla meravigliosa Spread your wings); eppure diceva: “non chiedete a me, io sono soltanto il bassista”. Va da sé che la frase è anche ironica, eppure…la grandezza di una persona, specialmente di un artista, sta proprio nell’umiltà. Sarebbe bene ricordarlo spesso a tutti coloro che se la tirano da mane a sera (e per conoscenza ai loro leccapiedi).

Beh, è sicuro che John e i Queen rimarranno nella storia.

John Deacon, Magic Tour, 1986

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Perché leggere i classici/1 di 14

E’ noto che Calvino scrisse a proposito dell’opportunità di leggere i classici. C’è chi infarcisce il proprio blog di idee altrui, citandole a sostegno delle proprie (ove ce ne siano), in quasi ogni post e io non vorrei fare la stessa figura, ma, d’altra parte, è noto da tempo che sono innamorata di Calvino e che prediligo i classici, quindi in questo caso le parole del buon Italo vengono semmai solo a confermare le mie idee (nonché ad esprimerle in modo infinitamente migliore). Recentemente qualcuno mi ha accusato di avere gusti “ammuffiti”, e questo, ben lungi dall’essere un insulto (come nelle idiotissime intenzioni di chi l’ha scagliato – cogliendo il vuoto, dato che è ritornato al mittente), è invece uno dei più grandi complimenti che mi si possano rivolgere. Ho sempre riflettuto sulle motivazioni che mi spingono a preferire i classici, ed è bene chiarire che, almeno in parte, queste sono da ricercare in quel velo di snobismo che sedimenta inevitabilmente nel cuore di ogni classicista che abbia un minimo di coscienza di sé, dei suoi studi, dei suoi gusti.  😀

Ma ci sono anche dei motivi oggettivi, che naturalmente sono preponderanti, più alti in termini di qualità e più numerosi in termini di quantità. Ed è così che sono andata a rivedermi le parole di Calvino, lette con una certa superficialità tempo fa. Adesso, dunque, mi va di rifletterci sopra punto per punto (magari con esempi di letture personali), da un lato perché mi fa semplicemente piacere, dall’altro per dimostrare che quando ho una posizione su qualcosa sono  in grado di argomentarla, a differenza di altri.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito:  «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…»

Questo avviene almeno tra quelle persone che si suppongono «di vaste letture»; non vale per la gioventù, età in cui l’incontro col mondo, e coi classici come parte del mondo, vale proprio in quanto primo incontro.

Il prefisso iterativo davanti al verbo «leggere» può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture «di formazione» d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto.

Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E Saint-Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i grandi cicli romanzeschi dell’Ottocento sono più nominati che letti. Balzac in Francia si comincia a leggerlo a scuola, e dal numero delle edizioni in circolazione si direbbe che si continua a leggerlo anche dopo. Ma in Italia se si facesse un sondaggio Doxa temo che Balzac risulterebbe agli ultimi posti. Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s’incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza. Anni fa Michel Butor, insegnando in America, stanco di sentirsi chiedere di Emile Zola che non aveva mai letto, si decise a leggere tutto il ciclo dei Rougon-Macquart. Scoperse che era tutto diverso da come credeva: una favolosa genealogia mitologica e cosmogonica, che descrisse in un bellissimo saggio.

Questo per dire che il leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello d’averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come a ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più. Possiamo tentare allora quest’altra formula di definizione: (CONTINUA)

Io mi considero ancora nella gioventù 😀 nonostante il mio mestiere e la mia predilezione per i classici, me ne resta ancora un numero spaventoso da leggere, per il buon motivo che sono veramente tanti e che, secondo me, un classico merita una lettura “degustativa” e non un approccio da fast food (da riservare alla maggior parte dei libri contemporanei), e pertanto anche un tempo relativamente maggiore per leggerlo.

Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s’incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza.” Questo punto mi ha fatto veramente sorridere, almeno prima di rendermi conto che di appassionati di Dickens l’Italia ne conta veramente pochi: tutt’al più si legge Canto di Natale (specie nell’ultimo anno, dopo il lancio del film animato – che tuttavia ha il pregio di essere veramente ben fatto) e Oliver Twist (bello, ma di sicuro il meno bello e il più debole tra quelli letti finora). Già David Copperfield risulta essere indigesto, perché ha troppe pagine (neanche fossero tutte bollette da pagare) e perché, a detta di alcuni “lettori” aNobiiani, ha uno stile pesante. Io non metto in dubbio che D.C. possa non piacere, ma finché si rimane dell’incerto campo del “mi piace/non mi piace” è tutto perfetto; se invece si sconfina in un parametro oggettivamente valutabile come lo stile, beh! è inaccettabile dire che è pesante perché, oggettivamente, non lo è (facevo qualche giorno fa lo stesso discorso per I Malavoglia, libro che ha una pessima fama di pallosità e pesantezza, ma che in realtà è scritto più lievemente di Dumas, alle volte! Certo, se si leggono Meyer e Faletti è possibilissimo che lo stile risulti pesante). È vero, dunque, che noi dickensiani siamo una ristretta élite, e mi dispiace molto per coloro che non ne fanno parte: anche solo parlando dei membri del circolo Pickwick o del signor Micawber la vita si alleggerirebbe tantissimo, condita da risate sane e sincere.

La tesi si conclude con la constatazione della diversa qualità del piacere ricevuto leggendo un certo libro in gioventù o in età adulta, ma, poiché il ragionamento cominciato qui matura e si conclude nella seconda tesi, ne parlerò con quella la prossima volta.

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We gotta kill Bill

Ho rivisto Kill Bill durante la scorsa settimana. Come al solito il volume I provoca in me sensazioni di beatitudine prettamente estetiche, come credo sia normale in tutti coloro che sono cresciuti nel substrato paraculturale degli anni 70 e 80, soprattutto, con gli anime, Bruce Lee, gli spaghetti western e chi più ne ha più ne metta.

Però questa volta è stata una parte di Kill Bill volume 2 che mi ha colpito di più, delle frasi alle quali non avevo fatto gran caso le prime volte, e che ho messo a fuoco proprio l’altra sera, spinta soprattutto dalla riflessione scatenata da alcune vicende che stanno capitando ad amiche e, naturalmente, da mie personali esperienze (ormai passate).

E’ la parte in cui Beatrix e Bill “si chiariscono” e soprattutto Beatrix spiega nel dettaglio la sua decisione di abbandonare Bill e quel mondo di violenza e morte perché la figlia nascitura non avesse  mai a conoscerli. Bill, dal suo punto di vista, ha perfettamente ragione quando dice di essere un assassino bastardo e che ci sono delle conseguenze nello spezzare il cuore di un assassino bastardo. In effetti Beatrix sapeva molto bene che tipo di persona fosse Bill! Però lei compie un errore fatale, e lo esprime quando dice che, nonostante tutto, non avrebbe mai pensato che lui sarebbe stato capace di fare certe cose a lei.

Ecco il nocciolo della questione! Questo è un modo di pensare tipicamente femminile. Kill Bill sarà anche un film di serie B, come dicono i critici dal palato fine, ma in questo particolare punto, forse senza volerlo, è andato decisamente a segno. Beatrix dice che non si sarebbe mai aspettata che Bill attentasse alla sua vita perché lei, nonostante fosse a sua volta un’assassina bastarda come il suo uomo, non avrebbe mai fatto una cosa del genere all’uomo che aveva amato, e che aveva lasciato solo nell’interesse di un bene superiore come quello di un figlio. E, come tutte le donne standard, ritiene che anche il maschio si comporterebbe nella sua stessa maniera. Nella realtà di tutti i giorni noi donne non paghiamo questo nostro errore col coma e con la morte di tutti gli invitati al nostro matrimonio, ovviamente, ma il principio è lo stesso ed è estremamente e amaramente valido.

Scontro finale: go Beatrix go!

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