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Contro le proscrizioni dei libri!

Una serie di link che descrivono la situazione:

Quaderno di un bibliotecario

Wu Ming Foundation/Giap

Carmillaonline

Lipperatura

Sono tutti siti/blog che hanno un grande seguito, per cui il mio contributo non potrà che essere modesto, e tuttavia, come mi ha scritto proprio ieri Piotta, bisogna far le cose anche solo per salvaguardare la propria coscienza.

Sono senza parole: proibire alle biblioteche pubbliche di esporre dei libri? E’ una cosa inconcepibile. Sono stata educata ad accettare che gli altri esprimano la loro opinione in piena libertà, anche quando dicono cose sulle quali non sono d’accordo, anche quando – mi si perdoni il termine – ritengo che sparino soltanto stronzate senza capo né coda. Non sempre questo modo di fare viene applicato a me, ma questa mi sembra un’ottima ragione perché io stesso lo applichi, invece, sempre.

E, allo stesso modo, proprio il fatto che io abbia contestato qualcosa di scritto da Wu Ming su Giap (vedi post) o il fatto che non abbia gradito certi atteggiamenti di Bui sul topic del gruppo di King, e ancor meno gradisca la teoria di allusioni poco gentili e a volte veri e propri insulti che ho subìto dai suoi sostenitori per il solo fatto di aver detto quello che pensavo (non è permesso); proprio per il fatto che io credo che l’appello pro Battisti, che ha dato origine alla scemenza, sia una scemenza a sua volta; proprio perché io, insomma, con alcuni di costoro sono in disaccordo pressoché perenne, a maggior ragione sono assolutamente contraria a una rimozione dei loro libri dagli scaffali. Le biblioteche sono pubbliche, e il pubblico può e deve contemplare le voci di tutti. Se Mondadori ed Einaudi ci tenessero a farle tacere, sarebbero liberissimi di non pubblicarle, giacché sono aziende private, ma un’istituzione pubblica ha il dovere di rendere accessibile tutto a tutti.

A Speranzon direi, se potessi, che se ho bisogno di contestare le affermazioni di qualcuno perché ritengo di essere nel giusto, non ho certo bisogno di nasconderle, anzi, le cito e poi eventualmente le smonto con argomentazioni che ritengo valide; proibirle è un segno di paura e di consapevolezza di non poterle controbattere se non eliminandole. Inoltre Speranzon non è abbastanza furbo, evidentemente, da sapere – anche se è una considerazione di livello veramente elementare – che questa proibizione non fa altro che rivestire di una patina di suadente martirio e santità i libri che egli vorrebbe eliminare, pertanto è anche una mossa politicamente stupida.

Questa “indicazione” di Speranzon (poco importa da chi sia nata e chi l’abbia veicolata) offende non solo la libertà (la libertà, prima che un diritto, è un dovere, scriveva l’ottima Fallaci), ma anche il buon senso e l’intelligenza dei cittadini.

 

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Il senso dei traduttori per la traduzione.

Ormai ci siamo: il mese prossimo uscirà il nuovo libro di King, Full dark, no stars, che un’inesplicabile volontà masochista ha scelto di tradurre Notte buia, niente stelle (di che ti lamenti? diranno i lettori: è la traduzione letterale! ebbene, le traduzioni letterali sono delle boiate quando risultano brutte come in questo caso. E’ come se avessero pubblicato un libro intitolato “La luccicanza”; perché non lasciarlo in lingua originale?).

Dopo il trauma patito per la sostituzione di Dobner di cui ho fatto menzione all’apertura di questo blog, ho avuto il piacere (?) di leggere altre dichiarazioni fatte dal signor traduttore Roberto Bui sul suo/loro blog. Non ho la forza di mettere un link, stavolta, perché, per assurdo che sia, non desidero che il mio blog compaia nei loro link. Ho una reputazione, io, che credete? xD

Pertanto mi limiterò a citare le sue parole, la cui esattezza può essere verificata senza particolari difficoltà sul blog. L’articolo riguarda appunto il lavoro di traduzione del nuovo King in uscita e più specificamente mette l’accento sull’ “intraducibilità” di King (ho conservato le virgolette), sulle colluttazioni e scaramucce, che intendo in senso metaforico riferite alla traduzione, anticipa l’esistenza di appunti e aneddoti di traduzione, e infine con pathos sottolineato dall’uso del corsivo descrive la sua necessaria negoziazione con l’operato di Dobner, che per tanti anni è stato la “voce” di King. Per concludere promette di deliziare i lettori col racconto del sudore che la sua fronte ha stillato nel tradurre King (questa frase è una mia interpretazione in soldoni degli accenti di commozione profusi a piena tastiera dall’Autore).

Da questo articolo sembra proprio che si sia sottoposto ad una fatica erculea, e, come mi scrisse un’anima pia qualche giorno fa, bisogna “notare come nessunissimo traduttore kinghiano si sia tirato le seghe in diretta sulla sua inenarrabile responsabilità”. Se è per questo, cara amica, nessunissimo traduttore, né kinghiano né di altro “tipo”.

 

Leggere su aNobii che esiste qualcuno che comprerà di nuovo King ora che è tradotto da Bui ha dato il colpo di grazia alla mia speranza nell’esistenza della logica nel comportamento umano.

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Tornate a sQuola

“Ragazzi leggendo giornali e ascoltando telegiornali c’è un grande percentuale che il governo cada”

Questa frase figura sulla bacheca di Facebook di Max Bruschi, consigliere e collaboratore del Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Bruschi ha scelto di dedicare la sua pagina al dialogo con i precari, accettando le loro richieste di amicizia e rispondendo a tutte, proprio tutte le richieste che gli vengono fatte, anche quando sono provocazioni, purché scritte con un minimo di decenza. È un gesto molto carino da parte sua, perché, come si può immaginare, la sua bacheca è invasa da centinaia di post. Il post che ho citato in apertura è stato scritto da una collega precaria, e prosegue con l’invito a ricordare, qualora il Governo cada davvero, quanto poco esso abbia fatto per la scuola (a mia memoria un Governo che abbia fatto qualcosa per la scuola non c’è).

Io invece vi invito a considerare com’è scritto da cani questo post. Senz’altro la signorina saprà che percentuale è un sostantivo femminile e l’articolo sarà senz’altro deturpato da un refuso, ma “percentuale che il governo cada” non sta né in cielo né in terra e, a onor del vero, difficilmente ho sentito persino dei semicolti parlare in modo tanto ellittico. Ma addirittura scrivere così in una virtuale piazza pubblica, dove i partecipanti sono tutti insegnanti e dove comunque si dialoga con un membro del Ministero quindi del Governo (checché se ne pensi del Governo in questione) è semplicemente osceno. Può capitare, e capita spesso anche a me, ovviamente, di esprimersi con svarioni con gli amici o in ambito informale, ma questa è una situazione assolutamente diversa. Per non parlare di tutti i post di colleghi che scrivono “centra” invece di “c’entra”, “un’anno” invece di “un anno”, “perchè,affinchè” invece di “perché, affinché” et cetera. E questa è la pletora di persone che deplora di non lavorare perché il Governo è CATTIVO! Ma forse non tutto il male viene per nuocere, meglio che questa gente se ne stia a lanciare invettive al pc, lontano dei ragazzi! O non sanno scrivere correttamente oppure sono così sciatti che dimostrano di essere comunque persone poco precise e poco attente! Se uno sa scrivere scrive bene sempre, non quando si ricorda, non sforzandosi. Allora magari un suggerimento a Bruschi: cominciamo ad eliminare dalle graduatorie tutta questa gente che non sa scrivere in Italiano così quelli rimasti lavoreranno tutti e meglio e con gran profitto della scuola.

Queste persone pretendono di lavorare.

Quest’anno rimarrò a casa: quanta probabilità c’è che al mio posto, per semplice punteggio, ci siano persone che scrivono in questo modo? A gudicare dal semplice dato statistico…direi probabilità molto alte.

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La fabbrica (delle fesserie) di Nichi Vendola

Leggo oggi, su segnalazione, che il Governatore della mia amata (mmm…) Puglia, Nicola Vendola detto Nichi (sob), ha affermato, alcuni giorni orsono, che Carlo Giuliani è un eroe al pari di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ecco qui la fonte di questa “notizia”:

«Vincere per le donne e gli eroi dei nostri giorni — declina il suo pantheon Vendola — come Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani». L’«eroe ragazzino», così lo definisce, ucciso da un carabiniere a Genova, quando «una generazione perse l’innocenza e fece i suoi conti con la morte».

Sono troppo educata per esprimere come vorrei quello che penso in merito a queste affermazioni. Dal 2001, dall’anno in cui Giuliani fu ucciso, non ho requie per quanto riguarda questo episodio. Vorrei che fosse ben chiaro il concetto che io non posso che soffrire per la vita di un ragazzo lasciato sull’asfalto senza motivo, ma altrettanto chiaro vorrei che fosse che mi viene da vomitare nel sentire un probabile candidato premier dire queste stronzate. Perché sulla morte di Carlo Giuliani si può pensare come vuole, dal fatto che se la sia andata a cercare al fatto che Placanica abbia sparato con troppa facilità e sia quindi un assassino.

Ma cosa cavolo c’entra adesso la qualifica di eroe? In cosa Giuliani sarebbe stato eroe?  Qualcuno di passaggio me lo vuole spiegare, per cortesia? E il nesso tra un ragazzino che gioca a fare il guerrigliero e due uomini che hanno messo in pericolo la vita loro e delle loro famiglie, che non hanno avuto per molto tempo una vita degna di questo nome per aver fatto il loro dovere e che alla fine ci hanno lasciato la pelle, in compagnia di altri esponenti delle forze dell’ordine…dov’è?

Coi miei ragazzi abbiamo discusso molte volte del movimento no global, e almeno su una cosa siamo stati tutti concordi: che anche se si condividono gli scopi del movimento, i metodi lasciano piuttosto a desiderare. Una volta in un forum ho anche letto che in fondo un estintore non può fisicamente spaccare un testa. E questa affermazione dove la mettiamo? Non è forse un tentativo illogico di giustificare un comportamento sbagliato che, in primis, ha scatenato il fatto? A me non sarebbe mai successo di lasciare la vita sull’asfalto di Genova, e per non lasciare la pelle in queste occasioni c’è un metodo semplicissimo: non mettersi il passamontagna (si mette il passamontagna chi sa che farà qualcosa di male) e non circondare un mezzo dei Carabinieri minacciando di lanciare un estintore che pesa decine di chili all’interno. E non perché non sia giusto manifestare ma perché una situazione simile non corrisponde ad una manifestazione ma ad un assalto. E non ci sono santi ai quali appellarsi per discutere questo semplice fatto.

Falcone e Borsellino sono due baluardi della civiltà e per portare quella luce e quella speranza che hanno irradiato non hanno avuto bisogno di portare alcun passamontagna. Si sono messi sotto a lavorare, sono stati cittadini modello. E’ questo che la maggior parte dei ragazzi idioti che va a manifestare non riesce a concepire, perché immersi in quel sistema che dicono di odiare molto di più degli altri che contestano. Non capiscono che manifestare non serve ad un tubo se poi non si diventa bravi cittadini. Pochi sono bravi cittadini. Prendersela coi politici è una comodissima scappatoia per non guardare se stessi. La classe politica è espressione della società, se la società fosse migliore sarebbe di conseguenza migliore anch’essa. Ah, ma c’è la barbarie che dilaga ai giorni nostri e la tv che rende tutti idioti. Balle spaziali. Non passa epoca nella quale non si deplori il rovinoso decadimento del presente versus un passato migliore. Basta leggere Esiodo per saperlo. E molti altri! Tutti pensano sempre di essere arrivati al capolinea della morale, dell’intelligenza e del gusto, e anche questa è una balla spaziale. A mio modo di vedere se è vero che la tv contiene moltissima immondizia – ed è senz’altro vero – siamo anche molto fortunati a vivere in un’epoca nella quale abbiamo gli strumenti culturali per criticarla. E li abbiamo, tutti, indistintamente, solo che a molti semplicemente non interessa farlo. Gli imperatori romani davano alla plebe romana pane e giochi gladiatorii, a dimostrazione che, da sempre, alle persone interessa solo questo, e in modo molto più consapevole di quanto gli intellettuali credano, abituati a considerare il popolo come bestiale.

Gli eroi sono quelli che sacrificano la vita per gli altri. Carlo Giuliani non ha fatto nulla del genere, anzi ha messo in pericolo vite altrui in un gioco spericolato, sorretto o no da giusti ideali. Ho rispetto della sua morte e del dolore della sua famiglia, ma questo non cambia i fatti. E la cosa più assurda di tutte è che un  candidato premier probabile abbia detto una simile blasfemia da far rivoltare tutta la Decenza che è rimasta. E, a proposito, di quale innocenza parlava? Non è ben chiaro. E’ una stupida frase fatta da romanzo d’appendice.

A proposito di Vendola. I Pugliesi si sentono tanto fieri di aver votato un omosessuale come Governatore, si sentono “avanzati”. In realtà, invece, molti di loro sono così arretrati da non aver saputo rinunciare a votare un personaggio che fa clientelismo da vecchia Dc. La Puglia è amministrata malissimo, ha un debito altissimo che non può far altro che crescere. I miei amici elettori di Vendola osannano Nichi e le sue fabbriche e parlano incessantemente del “nuovo” che avanza e delle opportunità che finalmente si sono create per i giovani pugliesi. Strano: quasi tutti i miei amici sono senza lavoro e hanno oltre trent’anni. Mi sono state riferite delle cose da persone delle quali non ho motivo di dubitare, che non riporto appunto perché non le ho viste coi miei occhi, ma alle quali credo. Povera terra mia! Poi mi viene da ridere quando sento le persone del nord che si lamentano dei loro governanti. Magari sbagliano, ma si provassero, questi signori, a vivere in una Regione del Sud e a scontrarsi ogni giorno con la corruzione e i disservizi. Mi sento fortunata ad abitare in Lombardia, anche se la mia terra mi manca in maniera quasi insopportabile. Ma non ci tornerei, se non a patto di cambiamenti veri e non parole deliranti sugli eroi.

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Sulla discussione

Colgo l’occasione, a seguito di un topic aperto sul gruppo anobiiano di King (sì, ancora lui) per parlare di qualcosa che mi sta a cuore.

Oggi per me è stata una gran brutta giornata, in cui ho visto perire a seguito della furia degli elementi diversi libri e altri ricordi cartacei (diari, quaderni, fasci di appunti, disegni e caricature di amici e di vicende della mia vita), quindi è possibile che io sia lievemente incarognita e, contrariamente al solito, molto poco lucida e obiettiva (sì, grazie, ho finito con l’incenso).

Il topic in questione comincia col seguente post:

Oggi per caso sono incappata in quest’articolo …
Ho pensato fosse giusto linkarlo (è probabile anche che molti di voi l’abbiano già letto, in tal caso chiedo venia!):

Quando ho letto l’articolo per un momento sono rimasta perplessa: com’è possibile che la persona che l’ha riportato stesse cercando proprio un articolo simile? Poi mi sono detta: ah, ma ha scritto per caso…in effetti così tutto torna.

http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/loredana_lipperini_lipperatura150610.html

Ebbene in questa intervista alla famosa Loredana Lipperini (famosa? coff coff) si parla di blog letterari e della loro presunta crisi rispetto alla supremazia di Facebook (una supremazia che solo un cieco non vedrebbe) e poi, magicamente anzi ex abrupto, la signora Lipperini cita il famoso topic di cui ho parlato a proposito della traduzione di King, altrimenti intitolato Kill Ming1 (naturalmente nella testa di persone selezionatissime). Ma guarda un po’ che curiosa coincidenza!

Si comincia di nuovo a parlare di quella discussione, che, secondo alcuni, è stata un’ottima occasione persa per dialogare col Nuovo Traduttore Kinghiano; e la colpa è tutta del gruppuscolo di bulle internettiane che hanno impedito ai volenterosi di attingere alla Fonte della Traduzione e della Collaborazione. Io ho ribattuto quanto segue:

(…) Non so se il riferimento alle offese e agli insulti alluda a me: tanto per fare un esempio, però, quando ho scritto, in quella discussione, che è un gesto maleducato criticare pubblicamente il lavoro di un collega (mi ripeto: come se io, nella mia classe, criticassi il metodo di lavoro e i risultati del collega che pure non mi piacciono), non ho insultato né offeso nessuno, semplicemente rilevato un comportamento a mio parere sbagliato e che continuo a ritenere tale; quando qualcun altro ha usato la parola “stipendiato” la malizia ha albergato solo nell’occhio del lettore. Io sono una stipendiata dello Stato, ancorché precaria, e la cosa non implica alcun asservimento da parte mia o altre possibili implicazioni negative che sono venute in mente a chi ha contestato il termine.
La parola discussione può implicare, e questo non è un parere, anche degli scontri più o meno accesi, e chi non è pronto ad averne è meglio che, dalle discussioni, si tenga fuori. Chi si lamenta sempre di subire attacchi e si ricama intorno la figura di vittima è noioso e falso (ma questa è un’opinione).
Il topic di Wu Ming 1 è stata un’occasione sprecata? Per meritare questa patetica (in senso etimologico) definizione avrebbe almeno dovuto contenere qualche sforzo di risultare interessante, specie da parte di coloro che deploravano i cosiddetti attacchi, invitando a sfruttare l’occasione. Secondo me non c’è stata una sola domanda pertinente che fosse anche non banale e interessante. L’occasione, pertanto, è stata sprecata
in primis da chi intendeva coglierla.

Ed è esattamente quello che penso: in quel topic le domande pertinenti erano nella migliore delle ipotesi banali, nella peggiore idiote (avete presente i giornalisti che chiedono alla madre di un ragazzo ucciso “cosa prova in questo momento”?). Naturalmente non voglio dire che non dovevano essere poste, ma definirle, nel loro insieme, un’occasione sprecata è decisamente ridicolo.

Questo post si intitola Sulla discussione perché si è parlato anche di cosa sia una discussione, in modo molto marginale, in verità. Siamo state accusate di fare del bullismo con le parole, e allora analizziamo il significato del vocabolo. Come scrivevo anche su aNobii la lingua non conosce casualità: discussione si chiama in questo modo per un motivo. In latino discussione si traduce prevalentemente coi termini controversia e disputatio: due termini che non indicano assolutamente nulla di pacifico e di politically correct. La parola discussione, però, deriva da discussio sostantivo e dal verbo discutio, che si traducono coi concetti di “scossa” e di “scuotere, sventrare, squassare” e ancora “sbaragliare il nemico in battaglia, eliminare, dissipare”. Nulla, insomma, che ricordi anche solo da lontano le discussioni annacquate alle quali alludono certuni.

Con questo non voglio dire che ci si debba menare verbalmente, insultare, aggredire gratuitamente: infatti io non l’ho mai fatto, e invito l’eventuale lettore che la pensi diversamente a postare link che dimostrino il contrario. Però discussione implica spesso, oltre all’incontro, anche lo scontro, talvolta acceso, talaltra anche violento (nelle posizioni e nelle idee, sia chiaro). Non c’è nulla di male in questo, se si rimane nei limiti dell’educazione, se si baccaglia sui concetti e non si dànno, ad esempio, giudizi gratuiti sulle vite altrui che non si conoscono. Liquidare come bullismo dei post lunghi, argomentati, con riferimenti, link, idee è la scappatoia ideale per chi non sa rispondere, tutto qui.

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Un’affermazione discutibile

Qualche giorno fa mi è stata segnalata un’intervista a Umberto Eco, in verità vecchiotta (il post risale al 2003), ma che, per quel che mi interessa, riporta un concetto – quello della distinzione tra “letteratura alta” e “letteratura di consumo”, grossomodo – che naturalmente è ancora attuale (o forse bisognerebbe dire che è ancora più attuale, specie dopo l’epifania di fenomeni “letterari” come Twilight di S. Meyer; ma su questo libro ritornerò più diffusamente, spero, in un secondo momento).

Da Fedele Lettrice di King non potevo lasciarmi sfuggire la sciocchezza di Eco. Eccola:

(Intervistatore)H. M. Enzensberger vuole provocatoriamente corredare i libri con dei segnali tipo le forchette delle guide per ristoranti, in modo da far pagare in più la letteratura migliore… A me vengono i brividi, che ne pensa lei?
(Eco)Non mi pare realizzabile, perché mentre coi ristoranti si sa che il caviale costa più del salame e che quindi un ristorante che fa tagliolini al caviale deve costare di più di uno che fa panini con l’hamburger, nel campo della letteratura chi stabilisce qual è la cosa e di maggior qualità e di maggior richiesta? Se abbiamo un pubblico che vuole di più i romanzi di Stephen King, secondo me, bisognerebbe far pagare più coloro che leggono Stephen King, in modo da diminuire i prezzi dei volumi di poesia che fatalmente saranno richiesti da un minor numero di persone.

Le considerazioni da fare su queste affermazioni sarebbero molte, io mi limiterò ad alcune che scaturiscono direttamente dalla mia semplice esperienza di vita, di insegnante, di lettrice, di formatrice, magari anche di comune buon senso.

In primo luogo il paragone tra cucina e letteratura non è per nulla calzante: nel primo caso la differenza fra l’hamburger con le patatine e il piatto di alta cucina può stare nella qualità delle materie prime e nel tempo e nella cura che ci è voluta per produrre buoni alimenti; nel campo dei libri quale, invece, dovrebbe essere la misura della qualità delle idee che compongono un libro? Capisco molto bene che qualcuno potrebbe sollevare un’obiezione sul tempo che ci vuole alla Meyer per confezionare una roba come Twilight di contro al tempo e alla sofferenza che ci deve aver messo, che so, un Tolstoj per Guerra e Pace. Ma chi ci assicura che la Meyer non ci abbia messo anche dieci anni per la sua storiella risibile? (lo so, viene da ridere).

Lo stesso Eco, del resto, si chiede, a mio parere con scarsissima coerenza: “nel campo della letteratura chi stabilisce qual è la cosa e di maggior qualità e di maggior richiesta?”

Davvero Eco crede che si possa invogliare alla lettura della poesia chi non ha alcuna attitudine ad essa semplicemente abbassando i prezzi di un volume? Davvero Eco crede che “la mano invisibile del libero mercato”, per dirla alla Smith (per quanto sia una mano decisamente in avanzato stato di decomposizione), possa essere costretta a funzionare in questo modo? Davvero Eco crede davvero che si debba praticamente impedire di comprare un libro di King, dato che costa già un bell’accidente?

E poi perché, tra tutti gli autori che poteva citare in tema di “best sellers” ha scelto proprio King?

Chi stabilisce, dunque, qual è l’opera di qualità e di maggior richiesta? Il pubblico. Ho detto una banalità? Ma certo che l’ho detta. A volte è doloroso che sia così, come nei casi di Brown, Meyer, Faletti, e molti altri per quanto mi riguarda. Ma alzare il prezzo dei libri “popolari” mi sembra una follia, o, se volete una parola “popolare”, una grandissima cazzata. Nonché una cosa veramente democratica.

p.s. Sul fatto che King sia un autore popolare come Follett e Brown ci sarebbe da discutere verosimilmente per anni; per me non lo è, ma ho dato la cosa come scontata per amore della discussione, e perché poi non era quello il punto.

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Eroi e filosofi

Ieri sera mi è stato segnalato un post del blog degli ormai amatissimi Wu Ming (ringrazio caramente il segnalatore), che riportava nei commenti alcune parole che non ho apprezzato molto; in verità sarei più precisa se dicessi che ho sentito chiaramente l’amarognolo sapore della bile in bocca (dopo anni di litiasi della colecisti volete che non lo riconosca all’istante?).

Il commento di cui parlo era dedicato alla Fallaci. Sono davvero stupita dalle coincidenze: è scoppiato il “caso” Wu Ming sul gruppo anobiiano di King, il fatto mi ha spinto a dire la mia  – non tanto sul topic in sé quanto sugli strascichi espressi dai signori Sommi Giudici (vedi interventi precedenti), – poi ho scritto anche in merito alla mia predilezione per Oriana Fallaci e al perché avevo scelto questo nickname e dato il titolo Penelope alla guerra al blog. E ora scopro questo “collegamento” tra questi due fatti e ovviamente non mi piace.
In vita mia non mi sono mai espressa in modo categorico sui pensieri altrui o direttamente sulle persone, sparando giudizi a casaccio, eccetto all’interno di discorsi faceti con amici, o scherzi (rigorosamente privati); questo modo di agire però si è rivelato del tutto inutile in termini di “feedback”: gli altri, tutti gli altri, anche quelli (o soprattutto quelli) che si lamentano di censure, attacchi immotivati e scarse argomentazioni, sono i primi a ricorrere all’insulto  oppure, senza arrivare all’offesa conclamata, ad altri tipi di giudizi.

Mi è stato anche detto che non è certo solo questo il commento malvagio all’indirizzo di Oriana Fallaci, e tuttavia non intendo leggerne altri, se non mi capiteranno spontaneamente sotto il naso; mi è bastato questo, e mi è bastato perché era estremamente banale, il solito commento anti-Fallaci. Ora non voglio star qui a beatificare la signora F., un po’ perché sarebbe ridicolo, un po’ perché non è che io sia sempre d’accordo con quello che dice la signora F. (e a volte su come lo dice), un po’ perché è una persona (e uso consapevolmente il presente, anche se è morta; chissà se i Wu Ming, dopo la loro morte, potranno fregiarsi del tempo presente nei post di qualcuno? Ne dubito) che non ha bisogno di essere difesa da nessuno, persino ora che non può più ribattere.

Il post in questione riguarda Bruno Fanciullacci, esponente della Resistenza, partigiano, morto per la difesa della libertà; il contenuto è pressappoco il seguente: Fanciullacci per alcuni è un assassino (insieme ad un compagno uccise Giovanni Gentile), per loro (il collettivo) è un eroe (più avanti, nei commenti, c’è anche qualche chiarimento in merito alla parola eroe, specificando che lo sarebbe molto di più per la liberazione di un gruppo di partigiane e per la tortura subìta a causa del suo rifiuto di tradire i compagni di lotta che per l’omicidio di Gentile(1) – giudicato tuttavia come un atto dovuto), ma soprattutto è un filosofo. Quest’ultima dichiarazione potrebbe suonare sorprendente, se non fosse che proprio Gentile con la  frase “Filosofia che non si pensa, ma che si fa, e perciò si enuncia ed afferma non con le formule ma con l’azione” decretò – si fa per dire – la sua condanna e diede “giustificazione” all’azione omicida di Fanciullacci, in quanto, appunto, un’ azione e non una delega ad altri del fare (come, immagino, Gentile nei confronti del fascismo) (1).

Quindi fu  “lui (…) a trovare la verità della frase commentata da Gramsci: la filosofia si afferma con l’azione” e conseguentemente Fanciullacci diventa filosofo in quanto “fa”.

Non è mia intenzione discutere sul fatto che Fanciullacci sia stato un eroe della Resistenza sacrificando la sua vita per la libertà altrui. Lui come molti altri, se è per questo, e anzi probabilmente la maggior parte di loro è sconosciuta e dimenticata da tutti.

Certo, ci sarebbe da discutere su alcuni dei contenuti che sono trasmessi come verità bibliche, sull’uso improprio del termine nomea (che a casa mia è una reputazione per di più di segno negativo, quindi non si capisce come mai si debba riscattare la nomea di filosofo…), sul fatto che la filosofia sia mai stata una “faccenda da strada” (“La filosofia, la prassi del filosofare, deve tornare nelle strade, le strade dove stanziava Socrate, dove viveva come un clochard Diogene detto “il Cane”. Non c’è bisogno di imitare quest’ultimo e dormire in una botte: è sufficiente abbattere gli steccati tra quel che si dice e quel che si fa. Vivere eticamente”) (3)

La cosa che mi ha dato fastidio è stato il commento riservato, come dicevo, ad Oriana Fallaci, postato da una delle eminenti personalità del collettivo: alla domanda su cosa si potesse commentare ad una lettera inedita in cui la Fallaci giudicava l’assassinio di Gentile come una cretineria, il Ming di turno risponde dandole della “vecchia egocentrica” (vecchia? forse Wu Ming si aspetta di non invecchiare mai; e inogni caso la Fallaci non è più vecchia) e, più avanti, della “fanatica”, epiteti dai quali deduco che anche lui/loro fanno parte della schiera di personaggi che, pseudo-intellettualmente, le si scagliano contro.

Ma la domanda è: perché? Mi rendo conto che sia una domanda pericolosa e anche sterile, il “perché”: spesso non ci sono motivazioni degne di questo nome.

Senza ipocrisie dico subito che in Italia, come diceva giustamente sfottendo Gaber nella sua bellissima canzone, ci sono cose “di destra” e cose “di sinistra”: se sei di destra non ti interessano l’ambiente, gli animali, i diritti dei lavoratori; se sei di destra sei per forza di cose un omofobo potenziale picchiatore di indifesi omosessuali; se sei di destra sei antiabortista perché vai dietro a quel che dice la Chiesa Cattolica; se sei di destra sei per forza un nostalgico di Mussolini e vorresti averlo come Presidente del Consiglio; se sei di destra sei un razzista o se non sei razzista ci sei quasi e pensi “non sono razzista ma gli stranieri stanno meglio a casa loro”.

Se sei di sinistra sei ecologista, amante degli animali, potenziale sindacalista, almeno nel cuore; sei uno che se aspetta un figlio si augura tutte le notti che nasca gay; se sei di sinistra sei a favore della possibilità di abortire senza se e senza ma, perché l’utero è di esclusiva proprietà della donna  e come tale va gestito (proprietà? Oddio, forse avrei dovuto usare un termine diverso); se sei di sinistra ovviamente tu, e solo tu di sinistra, non approvi il fascismo e magari abbatteresti scuole e infrastrutture e opere pubbliche in genere volute dal regime fascista, nel meridione, le prime che si siano mai viste da quelle parti (tanto chissenefrega se i bambini meridionali non vanno a scuola?); se sei di sinistra consideri tutti gli esseri umani come fratelli (solo tu che sei di sinistra).

Da un po’ di anni, poi, se sei di destra apprezzi la Fallaci, se sei di sinistra la schifi profondamente.

Questa è ancora più ridicola di tutte le altre messe insieme. La Fallaci di destra? Ma i libri della Fallaci sono stati letti (tanto da chi l’appoggia quanto da chi la stronca)?
Perché Fanciullacci è un eroe, avendo messo la sua vita in pericolo per la libertà altrui, e Oriana Fallaci che andava da BAMBINA a rischiare la vita sulla sua bicicletta, non lo è? Una bambina che portava messaggi e munizioni, una bambina che viveva nel terrore ospitando i partigiani, dando un contributo a quella libertà – esattamente come gli altri – che oggi tanta gente (compresi i signori Wu Ming) usa e di cui abusa addirittura: allora in cosa diavolo si differenzia da Fanciullacci? In niente.

Oh beh. In qualcosa sì: ha la colpa di non essere morta in guerra, ha la colpa di aver continuato il suo cammino di vita studiando (niente di particolarmente borghese, cari Ming: i libri in casa Fallaci si compravano a rate coi sacrifici. Ecco cosa c’è di bello in questa storia. I libri a rate. Che meraviglia!), ha la colpa di aver avuto un’intelligenza e una profondità e una bravura nello scrivere che tanti non le hanno mai perdonato (di certo Oriana Fallaci scrive molto meglio di/dei/del/dello/della/degli/eviadicendo Wu Ming e se è per questo meglio di tutti i detrattori di cui ho avuto la sventura di leggere gli interventi), probabilmente ha anche la colpa di essere stata una donna con le palle. E fondamentalmente ha la colpa di essere stata una donna che ha visto e ha vissuto le cose di cui parlava. Gli altri, quelli che oggi la criticano, sono degli animali da poltrona cresciuti nella bambagia e leggendo…attività che io amo e promuovo più di ogni altra al mondo, ma che è ben diversa dall’esserci.

Ebbene Oriana, secondo l’assunto dell’articolo dedicato a Fanciullacci, è un eccellente esempio di filosofa: ha “fatto” durante tutta la sua vita, non ha delegato ad altri il “fare”, non ha spaccato alcun pelo trovato nell’uovo (figuriamoci, un’attività che avrebbe trovato odiosa), è quindi un’eroina e una filosofa. Una che ha sempre rifiutato e sputato sul potere. Una che stava con Alekos Panagulis e tutti sappiamo cos’ha significato. Una che si è tolta il velo davanti a Khomeini. L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e peggior cretino di chi si arrocca dietro idee preconcette frutto di ideologie degenerate e vuote. E poi chi se ne impipa, l’importante è che lo sappia io 😀


(1) I momenti in cui si parla di Gentile come di superbarone accademico e come scarrozzato dal suo chauffeur sono involontariamente (spero…) comici; nel primo caso pensando a certi baroni delle università italiane di oggi, di cui alcuni nobili esponenti della sinistra intellettuale che predicano la lotta alle raccomandazioni e alla corruzione, il merito, et similia; nel secondo caso pensando invece a quanta acredine – antiborghese? – ci sia nell’espressione usata. Io ho sempre usato il verbo scarrozzare riferito ai passaggi di fidanzati ed amici e mi viene da ridere rileggendo l’espressione, anche perché mi fa venire in mente una signora (guarda caso, impegnata intellettual-politicamente a  sinistra: giuro che non è colpa mia) che sosteneva di non voler usufruire dell’aiuto di una colf per i lavori domestici, pur potendoselo ampiamente permettere, non perché non ne avesse bisogno – ne aveva! – ma perché non voleva costringere ad un lavoro subalterno e degradante un’altra persona (pulire il cesso di casa mia! Strillava mentalmente la signora). E fu così che quei soldi rimasero ad ingrassare la banca e una donna bisognosa venne privata della possibilità di un lavoro onesto.

(2) Almeno questo mi pare il senso dello scritto. Se così non fosse la ragione starebbe solo nell’incomprensibilità del testo.

(3) Gioverebbe forse ricordare che la filosofia è stata molto spesso “spaccare in sedici il pelo trovato nell’uovo”, e molto poco spesso “filosofia da strada”, tant’è vero che si citano Diogene e Socrate che sono quasi delle eccezioni; inoltre le affinità tra i due sono comunque assai scarse. Concludo dicendo che Diogene non viveva affatto come un clochard (non mi risulta che i clochard abbiano l’aspirazione a fare la cacca nella piazza del paese), ma secondo natura, come un animale, come dimostra l’appellativo “cinico” che, per amor di precisione, non si traduce letteralmente “il cane” (essendo aggettivo). Sulla coerenza tra il dire e il fare di Diogene, che spaccò la sua ciotola di legno dal momento che si accorse di poter tranquillamente bere con le mani a coppa ma poi fece da precettore (attività non certo katà physin) per gran parte della sua vita per fortuna non si è mai interrogato nessuno.

Per finire, un gioco: trova il filosofo.

Ecco cosa fa il collettivo Wu Ming (dal loro sito)


Oriana staffetta partigiana


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