La mistificazione non va in vacanza :'(

Mi viene segnalato che il mio vecchio amico R. Bui, già ospite di questo spazio l’anno scorso in seguito alla sua epifania su aNobii, ha scritto oggi un piccolo post in un thread in cui si discute (ma discussione, ahimè, non è proprio il termine più adatto per descrivere ciò che avviene in quel luogo) della sua traduzione al libro di King, quanto segue:

L’anno scorso ho “osato” dire che non mi convinceva la traduzione di “I will holler you home” (ultima frase di Lisey’s Story) con “Ti chiamerò a casa”, e da lì è partita una grottesca guerricciola, con commenti di anonimi e non su Anobii e su vari blog, insulti etc.

(per la cronaca: ho bisogno che qualcuno me lo segnali perché quel gruppo non è il vecchio gruppo di King, ma il risultato di una novella secessione sull’Aventino, e io ovviamente sono “malvenuta”, come tutte le persone con le quali non si è capaci di sostenere una conversazione-ops-discussione). Sono stata presa da un’ondata di indignazione…e se vi state domandando se per caso io abbia una grossa grossa coda di paglia, ebbene sì! è ovvo che io l’abbia, dato che tra coloro che hanno risposto  alla faccenda del “ti chiamerò a casa” c’ero anch’io. E tra coloro che hanno deplorato la mancanza di tatto e deontologia  professionale nel criticare pubblicamente il lavoro di un collega c’ero ancora anch’io. Anzi posso dire che man mano che aumenta la mia esperienza nel campo del lavoro sono sempre più convinta delle mie ragioni.

E ora costui si permette di parlare di me (obietterete: ma non ha citato il tuo nome/nickname! verissimo, e quindi ancora peggio. Se ha qualcosa da dire lo dica decentemente, altrimenti mi ritengo – a buon diritto e quasi orgogliosamente, casomai me ne fregasse qualcosa – inclusa, dato che lo ero) in questi termini! Innanzitutto io non ho insultato nessuno (i link alle discussioni sono nei post dedicati), ho semmai commentato (dalla frase di Bui sembra che i “commenti” siano illeciti) cercando un confronto; il problema è che certe persone prendono come affronti personali qualsiasi critica, perché si sentono esenti da critiche, o almeno da certe critiche (e poi il signore fu il primo a criticare, ma come si dice? ognun dal proprio cuor l’altrui misura). Questo è, quanto meno, ciò che è emerso (e uso il passato prossimo consapevolmente, per un evento ormai chiuso, dato che in tutta evidenza  gli effetti persistono ancora nel presente) da questo post. Inoltre sentirsi dare dell’anonimo (potenziale) da uno che non interagisce neanche col suo nome e che non ci mette la faccia è veramente una cosa stravagante (se state obiettando che non ce la metto neppure io, devo avvertirvi che ce l’avevo fino a un mesetto fa, quando ho ritenuto di aver stancato a sufficienza e ho preferito temporaneamente  Dickens♥). Insomma: alterazione della verità, né più né meno, stile che può andar bene per fans, compagni e accoliti, ma non per me.

Avrebbe ben potuto rispondere alla domanda solo con l’ultima parte del post, avrebbe potuto rispondere “non parlo delle precedenti traduzioni perché non mi interessano”, ma no…ha dovuto rimarcare l’evento in cui è stato trattato tanto tanto male da noi cattivi cattivi…e pensare che qualche anno più di me, che pure ne ho quasi 34, dovrebbe avercelo.

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Ricchi dentro ma non solo

Un’amica ha condiviso un post molto interessante che potete consultare qui  e in tempi di graduatorie ad esaurimento e d’istituto, in cui chi scrive passa quasi le notti a vagliare siti di scuole e di uffici scolastici della Lombardia intera e sempre più si rende conto del calo delle iscrizioni al Liceo Classico, alcune delle considerazioni contenutevi non potevano non fare dolorosamente breccia. Vorrei preliminarmente chiarire che, dal mio punto di vista, ciò che l’autore – docente di lettere – scrive è in gran parte condivisibile, però secondo me occorre aggiustare il tiro su alcune cose.

Il collega dice alcune cose sulle quali non sono d’accordo.

Non so in che università si sia laureato, ma nella mia facoltà di lettere un trenta si nega spesso e volentieri, specialmente negli esami obbligatori: càpita di perdere due voti se incespichi in uno dei metri da portare all’esame, mentre leggi uno dei migliaia di versi assegnati. Pertanto, almeno dalle mie parti, lettere classiche ha regalato numerosi voti al di sotto del trenta, e per avere un trenta bisogna sudare. Poi non capisco molto bene cosa significhi che a lettere si studia di meno; forse (forse, non ne ho idea) a lettere moderne, ma a lettere classiche, se uno vuole andare decentemente, lo studio diventa spesso matto e disperatissimo. Non sento di aver studiato meno di molte altre facoltà santificate. Sono disposta ad accettare di aver studiato meno di uno studente di medicina, ma è anche vero che il mio compito non è salvare vite (anche se qui ci sarebbe da discutere). Inoltre lettere non è la sola facoltà a dispensare lauree “facili”,  e ripeto che chi, a lettere classiche, vuol prendere il massimo sgobba come gli altri.

Ad un certo punto, poi, indagando tra i motivi che hanno spinto l’autore ad iscriversi a lettere nonostante tutti l’avessero avvertito che stava per compiere una scelta miserabile, egli scrive: E forse ho capito una cosa. Io non sono cresciuto in un contesto competitivo. Io sono cresciuto in un contesto che faceva tutto il possibile per proteggermi dalla competizione.

Se un gentore vuole che suo figlio cresca in un ambiente competitivo e impari a sviluppare la capacià di sopportazione, la capacità di misurarsi con/contro gli altri, l’ambizione e la voglia di farcela, ebbene, non ha che da iscriverlo ad un liceo classico. Da studentessa e ora da docente non ho mai visto un ambiente più competetivo di un’aula di liceo classico; persino allo scientifico l’aria è totalmente diversa (come diverso, mi spiace dirlo, è anche il calibro della scuola, almeno nei fatti), ma al classico, ragazzi…c’è da aver paura. La società di oggi non ha che da riscoprire questo aspetto per tornare ad apprezzare il liceo. Altro che signorine di buona famiglia: c’è il rischio che le signorine si trasformino in iene e non siano più in grado di tornare uman

Iscriversi a Lettere oggigiorno è dissennato come iscriversi a molte altre facoltà che sfornano laureati destinati a rimanere in strada, soprattutto le alternative citate nel post, giurisprudenza e medicina, ma anche ingegneria e la tanto accreditata (quando mi iscrissi io all’università) informatica, ed economia e molte altre. Nessuna facoltà dà certezze, praticamente, o quasi, e allora perché mai dovrei scegliere un ramo che non mi piace per poi finire sulla strada ugualmente? Meglio finirci dopo aver fatto quello che ci piace. Inoltre a me pare che ci sia maggiore possibilità di sfornare cattivi professionisti quando la scelta è forzata. Forse sono troppo romantica? E poi, come si suol dire, non di solo pane vive l’uomo, no

Lo ammetto: in questi giorni sono veramente inviperita. La contrazione delle iscrizioni al Liceo Classico è una cosa che mi indispone, non solo perché mi toglie il lavoro ma perché io penso che sia un perdita veramente grave per la buona umanità. E’ vero che noi letterati abbiamo sempre il conforto di poterci sentire ricchi dentro, ma questa è in fondo una riduzione inaccettabile della faccenda ai minimi termini. Il Liceo (e ribadisco, soprattutto il classico) mette lo studente in grado di scegliere qualsiasi facoltà e di frequentarla col profitto: perché in un classico si impara un metodo di studio, perché in un classico se i docenti lavorano bene c’è una buona formazione anche scientifica (nella scuola dove ho insegnato quest’anno noi docenti di lettere ci trovavamo quasi in svantaggio di fronte alla forza dell’area scientifica!), perché il latino e il greco sviluppano la logica quanto la matematica, perché in un classico, signore e signori, si impara a faticare, a gettare il sangue (come si direbbe a Bari). E scusate se è poco. Forse è per questo che i genitori non iscrivono più i figli al classico, che i ragazzi lo evitano? perché poi non hanno il tempo di avere una vita sociale, perché si affaticano troppo, poveri stellini di mamme superchiocce? Il sospetto che sia così, e che la presunta validità delle materie classiche c’entri assai poco, è purtroppo forte.

Qualche tempo fa parlavo con un collega e amico di questa situazione, e lui lamentava, sulla base dei cattivi riscontri nello studio delle materie di indirizzo, che a questo punto è meglio che si iscrivano meno persone purché costoro siano persone valide. Potrei essere d’accordo da un certo punto di vista, ma sulla scorta di quel che ho scritto sopra, direi che ho, invece, cambiato idea. Non credo che lo scopo di un liceo classico debba essere obbligatoriamente quello di formare dei classicisti, quindi non ha tutta questa importanze che i ragazzi che lo frequentano siano tutti sufficienti in Greco. Se lo scopo di una scuola completa è quello di formare persone migliori, ebbene allora anche le più capre tra loro possono prendere il meglio che possono. Conosco ragazzi che pur non avendo conoscenze di base e attitudine per le lingue classiche sono diventati lettori di testi classici, o lettori e basta (come se fosse poco) e sono in grado di apprezzare le cose belle: chi se ne impipa se non ricordano l’imperativo aoristo? Se qualcuno vuol diventare un classicista lo diventerà comunque anche in una classe di ragazzi scarsi in lingua, ma intanto quante potenziali anime avremo culturalmente elevato? Quale scuola più di un liceo classico insegna a sviluppare il senso critico? Nessuna (naturalmente questo discorso appare manicheo, me ne rendo conto; l’accentuazione è voluta, sia chiaro).

E allora, genitori, non mandate i vostri figli capaci al liceo tecnologico, perché tanto non serve proprio a nulla  e se non ve ne rendete conto siete persino più scemi di certi che siedono in Parlamento (anche se è una dura lotta, lo ammetto); mandateli al liceo classico perché di un’umanità migliore abbiamo decisamente e disperatamente bisogno.

Alfabeto greco, alfabeto del sapere

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A volte ritornano

Ed eccomi tornata! L’anno scolastico è terminato e io  sono finalmente libera di scrivere e soprattutto di mantenere aperto questo spazio. Forse occorrerebbe una riflessione sul perché io mi sia sentita costretta a chiuderlo, ma lasciamo perdere: non ho voglia; dico solo che si potrebbe riassumere nella frase “la libertà di pensiero, se non fai parte di un gruppo influente che ti protegge, è impossibile  e persino perseguita e punita” e aggiungerei che lo è massimamente da parte di coloro che spacciano se stessi appunto come defensores libertatis. E io non ho avuto tempo né voglia di pensare a certe cose, dal momento che sono stata letteralmente ostaggio, anima e corpo, del mio lavoro.

E’ stato un anno faticosissimo, perché ho dovuto viaggiare ogni giorno per quasi 200 km; poco remunerativo, perché lo stipendio base di un insegnante è quasi da fame, e ho dovuto spenderne un terzo per gli spostamenti; difficile, perché ho fatto tante nuove cose molto “burocratiche” (come ad esempio la coordinatrice di classe), nelle quali sono una vera schiappa; e in una parola, bellissimo.

Bellissimo perché ho finalmente avuto latino e greco, e per di più al triennio, cosa che si è rivelata, come comunemente si spera, stimolante e fruttuosa; perché ho avuto la fortuna di avere colleghi preparati e simpatici (globalmente) che mi hanno dato suggerimenti molto utili; e perché ho avuto l’immensa, incommensurabile, insperata fortuna di trovare sulla mia strada tre belle classi e al loro interno personcine veramente splendide, con cui, spero, manterrò almeno in parte dei rapporti; perché ancora una volta ho potuto rendermi conto di quanto il mio lavoro sia bello e mi restituisca in termini di umanità e confronto intellettuale; perché, infine, regala un pizzico di speranza che il nostro futuro possa essere migliore, se questi ingegni, queste volontà, queste anime manterranno le loro promesse.

Purtroppo ho visto anche delle cose che non mi sono piaciute all’interno della scuola, che sono proprie ovviamente non dell’istituto ma della scuola tout court. Ho visto colleghi che criticano altri colleghi (e fin qui bene), ma all’interno della classe, screditandoli di fronte ai ragazzi (orribile moralmente e deontologicamente scorretto); ho visto colleghi fare pressioni di vario tipo, fare comunella, far prevalere simpatie e antipatie personali su considerazioni oggettive, giudicare il lavoro degli altri, fare battute poco carine e non certo da educatori all’indirizzo dei ragazzi (ma al sicuro dalle loro orecchie), aggirare il cdc e la sua “sovranità”.  Etc.

E sempre più spesso mi domando quale sia lo scopo di andare contro la politica, i politici, il Governo, i mass media, e tutta la roba del genere se poi non si è in grado di tenere un comportamento corretto nel proprio lavoro; e con questo non intendo certo essere perfetti e irreprensibili (di sicuro io non lo sono), ma per lo meno sforzarsi di fare sempre la cosa giusta ed evitare errori che a me sembrano veramente grossolani. Tranne nelle faccende di cuore e in quelle di fantasia io non ammetto l’incoerenza e non ammetto l’ipocrisia, e questo vale a maggior ragione se sono coinvolti degli educatori.

Come sono ingenua 🙂

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13 febbraio

Alcune delle mie alunne hanno partecipato alla manifestazione del 13 febbraio, e inevitabilmente si è parlato della mia partecipazione. Ovviamente io non sono scesa in piazza, e mi sembra utile fare una riflessione con me stessa – soprattutto – per spiegare i motivi di questa scelta. L’avverbio “ovviamente” è risultato di una mia tendenza personale: non mi piacciono fisicamente i cortei, mi trasmettono un senso di pericolo, fastidio e confusione. Detesto le folle  anche perché spesso mi fanno star male (non so come si chiami questo disturbo: pensando all’etimologia, potrebbe essere demofobia o oclofobia) e solo un interesse estetico veramente superiore mi permette di sopportarle (per esempio, quando entro in San Pietro la folla non mi è certo indifferente, ma la sublime bellezza di quel luogo riesce a distogliermi quel tanto da riuscire a non svenire).

Inoltre io non ho mai partecipato ad una manifestazione politica e non ho intenzione di farlo, a meno che si tratti di situazioni veramente gravi. E a chi obietta che questa non è una manifestazione politica e che la situazione è grave, posso rispondere soltanto che io la vedo in maniera diversa, e che il mio punto di vista è del tutto legittimo, anche se i fautori del nuovo illuminismo e dell’isegorìa pensano che la loro opinione sia l’unica giusta e degna di considerazione (ottimo atteggiamento).

In terzo luogo sorgono diverse considerazioni sulla questione della donna, del suo corpo e del suo sfruttamento, nonché della tendenza delle persone a scendere in piazza. Quando si parla di Islam e della questione della donna islamica, per citare un esempio in cui questo discorso ha sempre un grande peso, ho sempre sostenuto che, anche se non mi piace la questione del velo o dell’abito sformato che deve nascondere il corpo e tutto il resto, non ritengo che il “modo occidentale” sia poi tanto migliore, perché ingabbia le donne in maniera subdola (non evidente come una costrizione o macroscopica come un sudario di quelli che certe donne islamiche portano) e perciò decisamente peggiore della prescrizione diretta; impone, senza dare l’impressione di imporli ma anzi battendo il tasto della scelta, modelli rigidissimi di comportamento e di immagine (che spesso si fondono). Pertanto io sono, almeno nelle linee essenziali, d’accordo con la questione di fondo.

Ma non sono d’accordo con alcuni dei corollari che ne scaturiscono, in particolare sulle questioni che hanno portato a questa mobilitazione femminile. Le donne implicate negli affari di Arcore, se questi affari si sono realmente svolti nelle modalità e nelle quantità descritte dai media (sempre fededegni, come si sa bene, quando conviene), non sono povere sventurate sfruttate, sono persone che hanno scelto consapevolmente di vendere se stesse in cambio di qualcos’altro , e che hanno tutto il diritto di farlo. Lo sfruttamento è un’altra cosa. Chi ha mai visto piazze che si riempiono per le clandestine tenute prigioniere dai loro lenoni, battute, costrette a stare sulla strada giorno e notte sui tacchi in piedi, sotto la pioggia e la neve, defraudate dei loro guadagni, a volte soggiogate dalle droghe, minacciate nei loro affetti? Chi le ha mai viste le persone scendere in piazza per costoro? O forse ora si sosterrà che non esistono?

(come, per esempio, italiani che si indignano e scendono in piazza per le vicende giudiziarie di Berlusconi, che riguardano soldi e donne;  ma chi ha mai sentito di gente che scende in piazza a migliaia quando un assassino viene rimesso in libertà, quando un mafioso stragista viene scarcerato perché i giudici in quattro anni non hanno depositato le motivazioni delle sentenze e altre amenità? Quello che emerge da questi quadretti è che rubare è più grave che uccidere – complimenti!

O ancora: studenti che protestano contro la riforma di scuola e università, e va benissimo; ma come mai nessuno ha mai protestato contro lo stato vergognoso in cui le università di trovano da decenni? E parlo di dipartimenti occupati da concubine, mogli, figli, cognati e agnati dei docenti…invece su cosa si appunta la protesta? Mancano i soldi, sì, i soldi per consentire di mantenere i suddetti e possibilmente infilarcene altri. Chi frequenta l’università sa bene che le cose stanno così eppure nessuno è mai sceso in piazza, e questo non è schifosamente ipocrita? O che nelle prime file della protesta ci fosse ovviamente il suddetto parentame, questo non è vergognoso, vero? Ma basta andare contro il Governo e le sue donnine prezzolate e la coscienza è posto).

Poi siamo passati dal veterofemminismo “il corpo è mio e lo gestisco io, anche se lo uso per far carriera nessuno mi deve giudicare” a questa ipocrita pagliacciata (e lo dico anche se ritengo che le donne che vi partecipano siano in gran parte in buona anzi ottima fede, e infatti non giudico loro ma l’ipocrita pagliacciata). Se una donna vuol difendere la propria dignità personale può farlo (e lo fa) ogni giorno, senza bisogno di scendere in piazza, con l’impegno e la coerenza, non con gli slogan “cogito ergo protesto” (diobuono!), senza partecipare a manifestazioni strumentalizzabili come quella del 13 febbraio. Il giusto mezzo tra il veterofemminismo becero e l’ipocrita pagliacciata di oggi esiste eccome, e sta in tutte quelle donne che ogni giorno protestano con la loro resistenza quotidiana nei confronti di un mondo di uomini che, mi spiace per le femministe postmoderne, non cambierà di certo perché loro protestano.

Il tanto vituperato caso Vespa-Avallone: la Murgia commenta che l’apprezzamento di Vespa svilisce le donne. Io sostengo che Vespa poteva certamente risparmiarsi l’apprezzamento, ma che se la Avallone avesse voluto farsi ricordare solo per la sua performance letteraria non si sarebbe messa un vestito con una scollatura simile. Ora immagino le reazioni indignate dell’ipocrisia dominante, e chiarisco che non sono assolutamente la persona che pensa che se una si mette una minigonna ascellare merita di essere stuprata. Anzi, viva le minigonne ascellari e le scollature abissali, per chi può permettersele (io no, tanto per essere chiara), e viva la libertà di indossarle quando più ci aggrada. Ma se scelgo di portare una scollatura lo faccio perché il mio seno sia notato, se scelgo di portare la minigonna lo faccio perché le mie gambe siano evidenti, apprezzate, desiderate, e perché io sia oggetto di ammirazione. Punto e basta: non esistono valori intrinseci in scelte simili. Allora un conto è lo sfruttamento dell’immagine femminile, del corpo della donna, un conto è la donna che, in quanto essere pensante, decide di sfruttare il suo corpo. Ma la possibilità di scelta, nonostante tutto, noi donne, qui, in Italia e in occidente in generale, almeno l’abbiamo, ed è molto di più di quanto possano dire centinaia di milioni di donne nel pianeta. Allora esercitiamo questo potere di scelta e combattiamo quando è il caso, ma, per favore, senza questa dannata ipocrisia e queste strumentalizzazioni.

Immagino che questa sia un’opinione controcorrente, ma come cantava Alberto Sordi: io sono salmone e non m’importa niente.

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Calvino – Perché leggere i classici 2/14

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

Infatti le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine. C’è una particolare forza dell’opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne allora sarà:

Questo discorso mi fa venire in mente in particolar modo due romanzi: Madame Bovary e Anna Karenina. Sebbene siano romanzi con profonde differenze, tutti e due hanno al centro la figura di una donna che ha una relazione extraconiugale. Ho letto il romanzo di Flaubert  in piena adolescenza, quello di Tolstoj provai a leggerlo pressappoco nello stesso periodo, poi lo abbandonai e lo ripresi due anni fa, portandone a termine la lettura con successo e soddisfazione (perché è una lettura bellissima). Però quand’ero ragazzina queste due figure di donne non riuscivo a capirle, (motivo per il quale abbandonai Anna Karenina); si pensa che gli adolescenti, con la loro fisiologica carica di ribellione contro tutto ciò che sa di costituito, col loro disprezzo verso le convenzioni sociali, col loro desiderio di svecchiamento delle forme del vivere, etc., possano essere più portati a capire una donna che tradisce un marito freddo e inespressivo oppure inetto e banale (specie considerando che i matrimoni di quelle epoche non erano certo puri matrimoni d’amore), perché presa da sogni romantici e da passione amorosa indomabile. Invece ho spesso notato come, nonostante tutto, gli adolescenti siano piuttosto chiusi da questo punto di vista e tendano a censurare comportamenti di questo tipo, magari non esplicitamente. Devo ammettere che anch’io, ripensando dopo molto tempo alle sensazioni che avevo avuto leggendo Madame Bovary e soprattutto Anna Karenina (per via della lettura ripetuta in età diverse), la pensavo più o meno nello stesso modo (non ricordo quanto esplicitamente o in quale grado). Solo da grande sono stata in grado, arricchita da esperienze di vita mie e altrui e da una maggiore conoscenza del mondo, di valutare queste figure di donne con occhi diversi e minore “idealismo”. Rileggere questi due libri in età più matura, e quindi dotata di un bagaglio decisamente più ricco di esperienze e di una gamma di sentimenti più varia, è stato fruttuoso, perché mi ha permesso di capire, se non di giustificare (questo dipende, credo, dalle convinzioni personali) un agire che avevo censurato durante l’adolescenza perché mi provocava vero e proprio fastidio.

Inoltre è vero che certi schemi, certi paradigmi, certi modelli di pensiero, una volta penetrati in profondità nell’anima pienamente ricettiva di chi si accosta alla lettura con passione, non vengono più dimenticati, eliminati, scardinati, se non da esperienze analoghe ma, in qualche modo, “superiori”. Se ripenso a tutti quei momenti di pura bellezza che alcuni libri mi hanno regalato (facciamo un esempio – so di essere sfiancante – con IT di Stephen King), ancora il mio animo è capace di esultare e di essere inondato dalla bellezza e dalla poesia dopo quasi 20 anni dalla lettura.

In conclusione: perché preferire un classico – un classico qualsiasi – a un Follett o un Faletti, o anche a un Deaver (su livelli decisamente più alti dei due precedenti)? Perché il primo classico non si scorda mai; e neanche il millesimo.

 

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Contro le proscrizioni dei libri!

Una serie di link che descrivono la situazione:

Quaderno di un bibliotecario

Wu Ming Foundation/Giap

Carmillaonline

Lipperatura

Sono tutti siti/blog che hanno un grande seguito, per cui il mio contributo non potrà che essere modesto, e tuttavia, come mi ha scritto proprio ieri Piotta, bisogna far le cose anche solo per salvaguardare la propria coscienza.

Sono senza parole: proibire alle biblioteche pubbliche di esporre dei libri? E’ una cosa inconcepibile. Sono stata educata ad accettare che gli altri esprimano la loro opinione in piena libertà, anche quando dicono cose sulle quali non sono d’accordo, anche quando – mi si perdoni il termine – ritengo che sparino soltanto stronzate senza capo né coda. Non sempre questo modo di fare viene applicato a me, ma questa mi sembra un’ottima ragione perché io stesso lo applichi, invece, sempre.

E, allo stesso modo, proprio il fatto che io abbia contestato qualcosa di scritto da Wu Ming su Giap (vedi post) o il fatto che non abbia gradito certi atteggiamenti di Bui sul topic del gruppo di King, e ancor meno gradisca la teoria di allusioni poco gentili e a volte veri e propri insulti che ho subìto dai suoi sostenitori per il solo fatto di aver detto quello che pensavo (non è permesso); proprio per il fatto che io credo che l’appello pro Battisti, che ha dato origine alla scemenza, sia una scemenza a sua volta; proprio perché io, insomma, con alcuni di costoro sono in disaccordo pressoché perenne, a maggior ragione sono assolutamente contraria a una rimozione dei loro libri dagli scaffali. Le biblioteche sono pubbliche, e il pubblico può e deve contemplare le voci di tutti. Se Mondadori ed Einaudi ci tenessero a farle tacere, sarebbero liberissimi di non pubblicarle, giacché sono aziende private, ma un’istituzione pubblica ha il dovere di rendere accessibile tutto a tutti.

A Speranzon direi, se potessi, che se ho bisogno di contestare le affermazioni di qualcuno perché ritengo di essere nel giusto, non ho certo bisogno di nasconderle, anzi, le cito e poi eventualmente le smonto con argomentazioni che ritengo valide; proibirle è un segno di paura e di consapevolezza di non poterle controbattere se non eliminandole. Inoltre Speranzon non è abbastanza furbo, evidentemente, da sapere – anche se è una considerazione di livello veramente elementare – che questa proibizione non fa altro che rivestire di una patina di suadente martirio e santità i libri che egli vorrebbe eliminare, pertanto è anche una mossa politicamente stupida.

Questa “indicazione” di Speranzon (poco importa da chi sia nata e chi l’abbia veicolata) offende non solo la libertà (la libertà, prima che un diritto, è un dovere, scriveva l’ottima Fallaci), ma anche il buon senso e l’intelligenza dei cittadini.

 

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Dan Simmons – Drood

Drood. Elliot Edizioni.

Per una Fedele Lettrice che ha scoperto Dickens su suggerimento di King (le allusioni a Scrooge mi avevano sempre incuriosito) e che ha cominciato ad amarlo fin dalle prime pagine, scoprendo un inestimabile tesoro, questo Drood non poteva non esercitare un  grosso richiamo, accresciuto dalla curiosità di leggere qualcosa di quel cattivone (ahahahahah) di Simmons, specialmente dopo aver appreso – credo da Carmillaonline – che “l’uomo Dan Simmons non è all’altezza dello scrittore” neanche chi l’ha scritto ci viva insieme e possa veramente testimoniare sull’uomo Simmons; e anche dal commento di un’altra lettrice, un commento interessante che testimoniava della particolarità del romanzo.

Ed in effetti è davvero un libro particolare, che sfugge ad una rigida classificazione (come tutti i buoni libri), e si colloca a metà tra biografia, fantastico/horror e romanzo storico: davvero una miscela interessante. E  lo stile, poi! Stando almeno alla traduzione, sembra che Simmons si sia sforzato di riprodurre qualcosa di simile ad un buon romanzo d’appendice. Infatti la vicenda è scritta e narrata in prima persona da Wilkie Collins, amico e collaboratore di Dickens, e, per quanto riguarda la resa stilistica, la cosa è perfettamente plausibile, e questo, amici e vicini, è un grande, enorme, immane merito di Simmons.

Il libro è evidentemente frutto di un’intensa e minuziosa ricerca su Dickens e Collins, che si nutre di innumerevoli e variegate fonti, partorendo (data la mole del libro è il verbo più adatto) un romanzone ricchissimo (anche troppo, penseranno sicuramente alcuni lettori) di dettagli, a volte anche un po’ prolisso (non che la cosa mi disturbi), pieno di immagini vivide, dotato quindi di altissima abilità descrittiva (che va soprattutto a vantaggio della Londra delle altre ssssuburre, ma ovviamente anche dei personaggi).

Confesso che, nel verificare alcune delle fonti utilizzate da Simmons (che è stato così gentile da elencare nella postfazione – grazie di cuore!) sono stata colta da sublime emozione nel vedere foto di luoghi e personaggi (alcuni, che pensavo invenzioni letterarie, esistono invece davvero!), come la casa di Dickens, Gad’s Hill Place, la sua giovane compagna Ellen, sua moglie, i suoi figli, le due amanti di Collins (accidenti, quant’era brutta Martha R.!). Questo riscontro mi ha permesso di capire, appunto, quale immane lavoro documentario ci sia dietro questo bel tomone.

L’elemento fantastico (incerto e aperto all’interpretazione del lettore, anche se io sono del parere che la spiegazione di Dickens sia vera) non è pesante e invasivo, e l’ho particolarmente apprezzato (anche perché come ben si sa io amo il fantastico). Dickens, sebbene venga quasi continuamente attaccato mediante elenco ed esagerazione dei suoi difetti, giganteggia come personaggio; anzi, si può dire che giganteggi proprio grazie al filtro negativo di Collins, io narrante del tutto particolare. Ben prima della commovente dichiarazione d’amore del finale (“Non ho amato nessuno. Ma, che Dio mi perdoni, ho amato Charles Dickens” e il resto non lo scrivo perché è troppo bello da leggere) si capisce bene che il problema di Wilkie è quello di essere amato e accettato da un uomo che, in fondo, considera come un padre (e che, secondo una certa tradizione molto antica, vuole emulare e soppiantare).

Wilkie non è un personaggio facile e nonostante tutto ispira una certa compassione nonché la curiosità di leggere i suoi romanzi, che saranno senz’altro belli (ecco un’altra eredità piacevole). Anche Dickens doveva essere, nella realtà, poco somigliante al suo alter ego letterario Copperfield, eppure la sua onestà, il suo romanticismo, la sua vitalità, il suo senso dell’umorismo, la sua genialità mi paiono fuori discussione.

Sono innamorata ancor di più di Dickens e ringrazio  di cuore Simmons.

Un’ultima cosa: questo libro ha un prezzo onesto ed è un buon prodotto editoriale. Buona carta, buona stampa, 800 e passa pagine scritte fittamente di ottima storia, e per finire bella copertina. Perché certe case editrici non imparano da questo ammirevole esempio?

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