Archivi tag: libri

Calvino – Perché leggere i classici 2/14

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

Infatti le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine. C’è una particolare forza dell’opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne allora sarà:

Questo discorso mi fa venire in mente in particolar modo due romanzi: Madame Bovary e Anna Karenina. Sebbene siano romanzi con profonde differenze, tutti e due hanno al centro la figura di una donna che ha una relazione extraconiugale. Ho letto il romanzo di Flaubert  in piena adolescenza, quello di Tolstoj provai a leggerlo pressappoco nello stesso periodo, poi lo abbandonai e lo ripresi due anni fa, portandone a termine la lettura con successo e soddisfazione (perché è una lettura bellissima). Però quand’ero ragazzina queste due figure di donne non riuscivo a capirle, (motivo per il quale abbandonai Anna Karenina); si pensa che gli adolescenti, con la loro fisiologica carica di ribellione contro tutto ciò che sa di costituito, col loro disprezzo verso le convenzioni sociali, col loro desiderio di svecchiamento delle forme del vivere, etc., possano essere più portati a capire una donna che tradisce un marito freddo e inespressivo oppure inetto e banale (specie considerando che i matrimoni di quelle epoche non erano certo puri matrimoni d’amore), perché presa da sogni romantici e da passione amorosa indomabile. Invece ho spesso notato come, nonostante tutto, gli adolescenti siano piuttosto chiusi da questo punto di vista e tendano a censurare comportamenti di questo tipo, magari non esplicitamente. Devo ammettere che anch’io, ripensando dopo molto tempo alle sensazioni che avevo avuto leggendo Madame Bovary e soprattutto Anna Karenina (per via della lettura ripetuta in età diverse), la pensavo più o meno nello stesso modo (non ricordo quanto esplicitamente o in quale grado). Solo da grande sono stata in grado, arricchita da esperienze di vita mie e altrui e da una maggiore conoscenza del mondo, di valutare queste figure di donne con occhi diversi e minore “idealismo”. Rileggere questi due libri in età più matura, e quindi dotata di un bagaglio decisamente più ricco di esperienze e di una gamma di sentimenti più varia, è stato fruttuoso, perché mi ha permesso di capire, se non di giustificare (questo dipende, credo, dalle convinzioni personali) un agire che avevo censurato durante l’adolescenza perché mi provocava vero e proprio fastidio.

Inoltre è vero che certi schemi, certi paradigmi, certi modelli di pensiero, una volta penetrati in profondità nell’anima pienamente ricettiva di chi si accosta alla lettura con passione, non vengono più dimenticati, eliminati, scardinati, se non da esperienze analoghe ma, in qualche modo, “superiori”. Se ripenso a tutti quei momenti di pura bellezza che alcuni libri mi hanno regalato (facciamo un esempio – so di essere sfiancante – con IT di Stephen King), ancora il mio animo è capace di esultare e di essere inondato dalla bellezza e dalla poesia dopo quasi 20 anni dalla lettura.

In conclusione: perché preferire un classico – un classico qualsiasi – a un Follett o un Faletti, o anche a un Deaver (su livelli decisamente più alti dei due precedenti)? Perché il primo classico non si scorda mai; e neanche il millesimo.

 

Annunci

2 commenti

Archiviato in Citazioni letterarie, Libri&dintorni

Contro le proscrizioni dei libri!

Una serie di link che descrivono la situazione:

Quaderno di un bibliotecario

Wu Ming Foundation/Giap

Carmillaonline

Lipperatura

Sono tutti siti/blog che hanno un grande seguito, per cui il mio contributo non potrà che essere modesto, e tuttavia, come mi ha scritto proprio ieri Piotta, bisogna far le cose anche solo per salvaguardare la propria coscienza.

Sono senza parole: proibire alle biblioteche pubbliche di esporre dei libri? E’ una cosa inconcepibile. Sono stata educata ad accettare che gli altri esprimano la loro opinione in piena libertà, anche quando dicono cose sulle quali non sono d’accordo, anche quando – mi si perdoni il termine – ritengo che sparino soltanto stronzate senza capo né coda. Non sempre questo modo di fare viene applicato a me, ma questa mi sembra un’ottima ragione perché io stesso lo applichi, invece, sempre.

E, allo stesso modo, proprio il fatto che io abbia contestato qualcosa di scritto da Wu Ming su Giap (vedi post) o il fatto che non abbia gradito certi atteggiamenti di Bui sul topic del gruppo di King, e ancor meno gradisca la teoria di allusioni poco gentili e a volte veri e propri insulti che ho subìto dai suoi sostenitori per il solo fatto di aver detto quello che pensavo (non è permesso); proprio per il fatto che io credo che l’appello pro Battisti, che ha dato origine alla scemenza, sia una scemenza a sua volta; proprio perché io, insomma, con alcuni di costoro sono in disaccordo pressoché perenne, a maggior ragione sono assolutamente contraria a una rimozione dei loro libri dagli scaffali. Le biblioteche sono pubbliche, e il pubblico può e deve contemplare le voci di tutti. Se Mondadori ed Einaudi ci tenessero a farle tacere, sarebbero liberissimi di non pubblicarle, giacché sono aziende private, ma un’istituzione pubblica ha il dovere di rendere accessibile tutto a tutti.

A Speranzon direi, se potessi, che se ho bisogno di contestare le affermazioni di qualcuno perché ritengo di essere nel giusto, non ho certo bisogno di nasconderle, anzi, le cito e poi eventualmente le smonto con argomentazioni che ritengo valide; proibirle è un segno di paura e di consapevolezza di non poterle controbattere se non eliminandole. Inoltre Speranzon non è abbastanza furbo, evidentemente, da sapere – anche se è una considerazione di livello veramente elementare – che questa proibizione non fa altro che rivestire di una patina di suadente martirio e santità i libri che egli vorrebbe eliminare, pertanto è anche una mossa politicamente stupida.

Questa “indicazione” di Speranzon (poco importa da chi sia nata e chi l’abbia veicolata) offende non solo la libertà (la libertà, prima che un diritto, è un dovere, scriveva l’ottima Fallaci), ma anche il buon senso e l’intelligenza dei cittadini.

 

Lascia un commento

Archiviato in A proposito di me, Libri&dintorni, Riflessioni varie ed eventuali, Senza parole

Dan Simmons – Drood

Drood. Elliot Edizioni.

Per una Fedele Lettrice che ha scoperto Dickens su suggerimento di King (le allusioni a Scrooge mi avevano sempre incuriosito) e che ha cominciato ad amarlo fin dalle prime pagine, scoprendo un inestimabile tesoro, questo Drood non poteva non esercitare un  grosso richiamo, accresciuto dalla curiosità di leggere qualcosa di quel cattivone (ahahahahah) di Simmons, specialmente dopo aver appreso – credo da Carmillaonline – che “l’uomo Dan Simmons non è all’altezza dello scrittore” neanche chi l’ha scritto ci viva insieme e possa veramente testimoniare sull’uomo Simmons; e anche dal commento di un’altra lettrice, un commento interessante che testimoniava della particolarità del romanzo.

Ed in effetti è davvero un libro particolare, che sfugge ad una rigida classificazione (come tutti i buoni libri), e si colloca a metà tra biografia, fantastico/horror e romanzo storico: davvero una miscela interessante. E  lo stile, poi! Stando almeno alla traduzione, sembra che Simmons si sia sforzato di riprodurre qualcosa di simile ad un buon romanzo d’appendice. Infatti la vicenda è scritta e narrata in prima persona da Wilkie Collins, amico e collaboratore di Dickens, e, per quanto riguarda la resa stilistica, la cosa è perfettamente plausibile, e questo, amici e vicini, è un grande, enorme, immane merito di Simmons.

Il libro è evidentemente frutto di un’intensa e minuziosa ricerca su Dickens e Collins, che si nutre di innumerevoli e variegate fonti, partorendo (data la mole del libro è il verbo più adatto) un romanzone ricchissimo (anche troppo, penseranno sicuramente alcuni lettori) di dettagli, a volte anche un po’ prolisso (non che la cosa mi disturbi), pieno di immagini vivide, dotato quindi di altissima abilità descrittiva (che va soprattutto a vantaggio della Londra delle altre ssssuburre, ma ovviamente anche dei personaggi).

Confesso che, nel verificare alcune delle fonti utilizzate da Simmons (che è stato così gentile da elencare nella postfazione – grazie di cuore!) sono stata colta da sublime emozione nel vedere foto di luoghi e personaggi (alcuni, che pensavo invenzioni letterarie, esistono invece davvero!), come la casa di Dickens, Gad’s Hill Place, la sua giovane compagna Ellen, sua moglie, i suoi figli, le due amanti di Collins (accidenti, quant’era brutta Martha R.!). Questo riscontro mi ha permesso di capire, appunto, quale immane lavoro documentario ci sia dietro questo bel tomone.

L’elemento fantastico (incerto e aperto all’interpretazione del lettore, anche se io sono del parere che la spiegazione di Dickens sia vera) non è pesante e invasivo, e l’ho particolarmente apprezzato (anche perché come ben si sa io amo il fantastico). Dickens, sebbene venga quasi continuamente attaccato mediante elenco ed esagerazione dei suoi difetti, giganteggia come personaggio; anzi, si può dire che giganteggi proprio grazie al filtro negativo di Collins, io narrante del tutto particolare. Ben prima della commovente dichiarazione d’amore del finale (“Non ho amato nessuno. Ma, che Dio mi perdoni, ho amato Charles Dickens” e il resto non lo scrivo perché è troppo bello da leggere) si capisce bene che il problema di Wilkie è quello di essere amato e accettato da un uomo che, in fondo, considera come un padre (e che, secondo una certa tradizione molto antica, vuole emulare e soppiantare).

Wilkie non è un personaggio facile e nonostante tutto ispira una certa compassione nonché la curiosità di leggere i suoi romanzi, che saranno senz’altro belli (ecco un’altra eredità piacevole). Anche Dickens doveva essere, nella realtà, poco somigliante al suo alter ego letterario Copperfield, eppure la sua onestà, il suo romanticismo, la sua vitalità, il suo senso dell’umorismo, la sua genialità mi paiono fuori discussione.

Sono innamorata ancor di più di Dickens e ringrazio  di cuore Simmons.

Un’ultima cosa: questo libro ha un prezzo onesto ed è un buon prodotto editoriale. Buona carta, buona stampa, 800 e passa pagine scritte fittamente di ottima storia, e per finire bella copertina. Perché certe case editrici non imparano da questo ammirevole esempio?

1 Commento

Archiviato in Commenti ai libri

Philip K. Dick – Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è il titolo di un romanzo scritto nel 1968 da Philip K. Dick, il primo che leggo di questo autore; la fama di questo libro, e, probabilmente, di tutti i libri di Dick, si deve alla trasposizione cinematografica diretta da Ridley Scott, Blade Runner, del 1982, anno della morte dello scrittore.

E’ il primo libro di Dick che leggo (ma di sicuro non sarà l’unico!), e l’ho fatto sicuramente per attrazione dovuta al bellissimo, meraviglioso, impareggiabile Blade Runner. Molti lettori hanno lamentato la sostanziale differenza rispetto al film, e una fetta piuttosto consistente lo ritiene uno dei pochi casi in cui il film è superiore al libro, pertanto voglio subito chiarire la mia opinione in merito a questa presa di posizione: è una balla spaziale.

Io direi, invece, che è uno dei rari casi in cui il film e il libro, pur somigliandosi in maniera piuttosto superficiale, non sono in un reciproco  rapporto di superiorità-inferiorità, ma di diverso punto di vista dell’intera vicenda, ed entrambi latori di bellezza e significato.

Il punto di vista del film è, sostanzialmente, quello dell’androide, o almeno sbilanciato dalla parte dell’androide; quello del libro è il punto di vista dell’umano. Deckard prende coscienza del progressivo processo di umanizzazione interiore degli androidi in entrambi, ma nel libro è il suo stesso sentimento a prevalere, il suo “essere umano” a sentirsi ferito dal gesto di far tacere per sempre una delle più belle voci della lirica, ricche di pathos, una voce che provoca gioia ed emozione in chi l’ascolta. Nel film si fa molta leva, soprattutto nella scena finale con Roy (che è giustamente la più famosa e mette i brividi ogni volta che la vede, da 20 anni a questa parte, a chi scrive) sul sentimento dell’androide, che si sente umano ma non viene riconosciuto come tale dagli umani. Nel libro è l’umano, Deckard (tra l’altro figura decisamente diversa e difficilmente sovrapponibile a Harrison Ford, che tuttavia è azzeccatissimo per il Deckard ridleyscottiano), a soffrire, è Deckard a provare empatia puramente umana per gli androidi, a provare attrazione e anche una certa dose d’amore per Rachael; di quel che provano loro gli importa in maniera relativa, e non perché sia un cinico insensibile (beh…un po’ lo è, in fondo è maschio! :P), ma perché, immagino, è la perdita dell’identità di essere umano come unico detentore di “umanità”, appunto, deve sembrargli intollerabile. Gli androidi vanno eliminati perché minano l’identità dell’essere umano; se la creazione dell’uomo eguaglia o supera in umanità l’uomo stesso, allora l’essere umano non ha neppure ragione di esistere, di sentirsi tale.

Nel libro, inoltre, è molto interessante la questione della nuova religione “empatica”, che si rivela attraverso uno schermo, e dei suoi oppositori, che sempre vanno in onda, ininterrottamente, su uno schermo televisivo; la scoperta dell’attore e del fondale dipinto etc, curiosamente non demolisce affatto la “falsa religione”, perché vero e falso, coerentemente con la figura dell’androide, non sono categorie assolute, ma sono interscambiabili e l’una non inficia l’altra: è veramente un aspetto affascinante del romanzo.

La faccenda degli animali elettrici, poi, è meravigliosamente inquietante ed è forse uno degli aspetti ingiustamente trascurati dal film (anche se il film aggiunge molto altro), e fa un po’ di tristezza vedere come, in fondo, non sia cambiato nulla nei confronti degli animali in un mondo in cui essi sono quasi estinti e tutto l’affetto di cui sono oggetto puzza di ostentazione dello status sociale, cosa ancor più avvilente in un pianeta preda di contaminazione radioattiva, spopolato di individui sani (che risiedono altrove), in cui davvero non c’è proprio nulla da ostentare.

In questo libro c’è molto di più di quel che ho riportato. Leggetelo e pensateci: contrariamente a molti romanzi di fantascienza questo non è superato dai tempi (se non dall’anno di ambientazione della fiction) e ripropone un’antica paura dell’uomo che si trasforma in una paura tutta nuova e pericolosamente realistica.

p.s. commento redatto con il supporto musicale dell’inimitabile Vangelis.

p.p.s. secondo autore di fantascienza, dopo Ballard, ad avere evidenti problemi con le donne (vedi alla voce complesso di inferiorità e sindromi varie che non nomino :D)

Lascia un commento

Archiviato in Commenti ai libri

Bilancio letture 2010

Non si smette mai di leggere

Primo giorno dell’anno (auguri a tutti!), tempo di bilanci di lettura. Ho letto considerevolmente di più nell’appena concluso 2010, non solo in numero di libri (68 contro i 42 dello scorso anno, ma con una media pagine più bassa) ma anche di pagine (oltre 21500, cioè quasi 5000 in più del 2009; e questo considerando che dalla metà di novembre praticamente non ho più letto, se non il nuovo di King e il mio primo Dick. Solo nell’ultima settimana di Dicembre mi sono un po’ data alla lettura finendo i libri in sospeso di novembre.

Che dire?avrà giocato il tempo relativamente abbondante a disposizione (io non sono una persona che legge ovunque, magari una manciata di righe o due-tre pagine alla volta; invidio molto chi ci riesce, ma non fa per me), la frequentazione del forum, le sfide (per esempio quella dell’alfabeto, che comunque non sarei propensa a riprendere). Insomma, un gran bell’anno, anche se, rivedendo il mio diario, devo dire che ho letto un gran numero di libri belli nel complesso ma pochi veramente folgoranti. La scoperta più importante del 2010 è stata quella di Henry James, credo, di cui ho un altro libro pronto da sfogliare.  A Natale poi ho ricevuto il desideratissimo Drood, che aveva recensito un’utente del forum Libridine e che mi aveva particolarmente incuriosito in quanto uno dei due protagonisti è Dickens, al quale devo una delle letture più brillanti e divertenti del 2010, Il circolo Pickwick. Uno dei libri più belli, non solo dell’anno trascorso, ma di tutta la mia vita di lettrice è stato sicuramente il già citato Storie infinite, regalo di Maria Pia (ma poteva essere altrimenti?). Non posso che consigliarlo a tutti coloro che sono capaci di comprenderlo.

Propositi per il 2011? Innanzitutto trovare il tempo per leggere! La mia nuova supplenza è molto impegnativa e tra il lavoro e la casa e la necessaria attenzione alla famiglia di tempo me ne resta ben poco e di solito lo passo al pc, proprio perché, come dicevo, non riesco a leggere  a spizzichi e a mozzichi.

Altro proposito è quello di cercare di smaltire un po’ di lista d’attesa che ho accumulato senza neanche rendermene ben conto! A parte i classici che ho in lista (per esempio ho preso un libro della Woolf per “provarla”) penso che quest’anno sarà all’insegna della fantascienza, sperando di trovare abbastanza letture di un livello che giudico degno. Mi ha molto colpito il libro di Dick, e voglio leggere altro di lui. Poi penso che sarà la volta di Asimov, almeno per provarlo, anche se ho qualche perplessità. E poi chiederò consiglio a chi ne capisce e ne sa più di me (anche se una persona che ne capisca più di me e che abbia più o meno i miei stessi gusti stilistici ammetto di non conoscerla ancora…). Ultimo proposito è quello di dedicarmi a sentieri poco battuti, grazie ai consigli di Ian Delacroix, e di leggere qualcosa in inglese.

Naturalmente tutto ciò a patto che Mario mi lasci libera dalle sue pressanti attenzioni ♥

7 commenti

Archiviato in A proposito di me, Libri&dintorni

Perché leggere i classici/1 di 14

E’ noto che Calvino scrisse a proposito dell’opportunità di leggere i classici. C’è chi infarcisce il proprio blog di idee altrui, citandole a sostegno delle proprie (ove ce ne siano), in quasi ogni post e io non vorrei fare la stessa figura, ma, d’altra parte, è noto da tempo che sono innamorata di Calvino e che prediligo i classici, quindi in questo caso le parole del buon Italo vengono semmai solo a confermare le mie idee (nonché ad esprimerle in modo infinitamente migliore). Recentemente qualcuno mi ha accusato di avere gusti “ammuffiti”, e questo, ben lungi dall’essere un insulto (come nelle idiotissime intenzioni di chi l’ha scagliato – cogliendo il vuoto, dato che è ritornato al mittente), è invece uno dei più grandi complimenti che mi si possano rivolgere. Ho sempre riflettuto sulle motivazioni che mi spingono a preferire i classici, ed è bene chiarire che, almeno in parte, queste sono da ricercare in quel velo di snobismo che sedimenta inevitabilmente nel cuore di ogni classicista che abbia un minimo di coscienza di sé, dei suoi studi, dei suoi gusti.  😀

Ma ci sono anche dei motivi oggettivi, che naturalmente sono preponderanti, più alti in termini di qualità e più numerosi in termini di quantità. Ed è così che sono andata a rivedermi le parole di Calvino, lette con una certa superficialità tempo fa. Adesso, dunque, mi va di rifletterci sopra punto per punto (magari con esempi di letture personali), da un lato perché mi fa semplicemente piacere, dall’altro per dimostrare che quando ho una posizione su qualcosa sono  in grado di argomentarla, a differenza di altri.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito:  «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…»

Questo avviene almeno tra quelle persone che si suppongono «di vaste letture»; non vale per la gioventù, età in cui l’incontro col mondo, e coi classici come parte del mondo, vale proprio in quanto primo incontro.

Il prefisso iterativo davanti al verbo «leggere» può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture «di formazione» d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto.

Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E Saint-Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i grandi cicli romanzeschi dell’Ottocento sono più nominati che letti. Balzac in Francia si comincia a leggerlo a scuola, e dal numero delle edizioni in circolazione si direbbe che si continua a leggerlo anche dopo. Ma in Italia se si facesse un sondaggio Doxa temo che Balzac risulterebbe agli ultimi posti. Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s’incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza. Anni fa Michel Butor, insegnando in America, stanco di sentirsi chiedere di Emile Zola che non aveva mai letto, si decise a leggere tutto il ciclo dei Rougon-Macquart. Scoperse che era tutto diverso da come credeva: una favolosa genealogia mitologica e cosmogonica, che descrisse in un bellissimo saggio.

Questo per dire che il leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello d’averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come a ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più. Possiamo tentare allora quest’altra formula di definizione: (CONTINUA)

Io mi considero ancora nella gioventù 😀 nonostante il mio mestiere e la mia predilezione per i classici, me ne resta ancora un numero spaventoso da leggere, per il buon motivo che sono veramente tanti e che, secondo me, un classico merita una lettura “degustativa” e non un approccio da fast food (da riservare alla maggior parte dei libri contemporanei), e pertanto anche un tempo relativamente maggiore per leggerlo.

Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s’incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza.” Questo punto mi ha fatto veramente sorridere, almeno prima di rendermi conto che di appassionati di Dickens l’Italia ne conta veramente pochi: tutt’al più si legge Canto di Natale (specie nell’ultimo anno, dopo il lancio del film animato – che tuttavia ha il pregio di essere veramente ben fatto) e Oliver Twist (bello, ma di sicuro il meno bello e il più debole tra quelli letti finora). Già David Copperfield risulta essere indigesto, perché ha troppe pagine (neanche fossero tutte bollette da pagare) e perché, a detta di alcuni “lettori” aNobiiani, ha uno stile pesante. Io non metto in dubbio che D.C. possa non piacere, ma finché si rimane dell’incerto campo del “mi piace/non mi piace” è tutto perfetto; se invece si sconfina in un parametro oggettivamente valutabile come lo stile, beh! è inaccettabile dire che è pesante perché, oggettivamente, non lo è (facevo qualche giorno fa lo stesso discorso per I Malavoglia, libro che ha una pessima fama di pallosità e pesantezza, ma che in realtà è scritto più lievemente di Dumas, alle volte! Certo, se si leggono Meyer e Faletti è possibilissimo che lo stile risulti pesante). È vero, dunque, che noi dickensiani siamo una ristretta élite, e mi dispiace molto per coloro che non ne fanno parte: anche solo parlando dei membri del circolo Pickwick o del signor Micawber la vita si alleggerirebbe tantissimo, condita da risate sane e sincere.

La tesi si conclude con la constatazione della diversa qualità del piacere ricevuto leggendo un certo libro in gioventù o in età adulta, ma, poiché il ragionamento cominciato qui matura e si conclude nella seconda tesi, ne parlerò con quella la prossima volta.

4 commenti

Archiviato in A proposito di me, Citazioni letterarie, Libri&dintorni, Riflessioni varie ed eventuali

Quando voglio ridere leggo il blog di qualcuno in particolare

Dance dance dance. Einaudi (ET), euro 13,00

Il titolo non c’entra assolutamente nulla col contenuto del post in sé (o meglio: un nesso c’è, ma è tortuoso e non mi sembra il caso di esplicitarlo; peraltro avevo bisogno di un titolo). Agosto è stato un mese di intense letture, e Settembre si sta rivelando altrettanto fecondo. Oggi ho finito di leggere, con gran dispiacere, Dance dance dance di Haruki Murakami: molto bello. Non è un libro privo di difetti, ma l’ho trovato davvero incantevole, con quel velo di mistero, di sogno, di “paranormale” (nel senso etimologico del termine, in questo caso) che sembra essere così comune, così…normale per un orientale, e che, invece, è così strano per molti occidentali! Se penso che in Italia abbiamo una roba che si chiama CICAP mi viene quasi il voltastomaco, dal momento che i signori che ne fanno parte non formano un comitato per il controllo delle affermazioni sul paranormale, ma per l’abbattimento a priori di qualsiasi affermazione sul paranormale, un comitato dominato da soli due sentimenti: lo scetticismo e la religione della Scienza (naturalmente la Scienza come da loro intesa; e questa religione non ha nulla di dialogico in sé, è una religione fondamentalista). Narrazione leggera e delicata come il petalo di un fiore di ciliegio, anche quando (e Murakami non lesina) si parla di sesso.

Devo dire che sono rimasta anche piuttosto impressionata da alcuni passaggi letti a tarda sera. Un uomo pecora in un Hotel del Delfino. Se qualcuno conoscesse la mia vita nel dettaglio saprebbe quanto strane mi sembrino queste coincidenze, però non è la prima volta che Murakami mi sorprende con queste coincidenze, inserendosi sempre al momento opportuno coi suoi libri nella mia  vita. Paranormale? Sì, grazie! I want to believe.

p.s. sì, stanotte ho sognato l’uomo pecora. Mi dava un bacio.

p.p.s. piccolo appunto per ricordarmi di parlare dell’era dell’ermeneutica.

2 commenti

Archiviato in A proposito di me, Commenti ai libri